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L’opera di un figlio

di Antonio Stanca

Scrittore, poeta, documentarista, regista cinematografico: instancabile è stato il parmigiano Alberto Bevilacqua nella sua attività produttiva. Nel 1966 ha vinto il Campiello con “Questa specie d’amore”, nel 1968 lo Strega con “L’occhio del gatto”, ed ora, a settantunanni, ha scritto “Tu che mi ascolti” (ed. Mondadori). E’ un’ampia narrazione, più di duecento pagine, nella quale l’autore ripercorre la sua vita con la madre, Cantadori Giuseppina, da quando lo teneva in grembo a dopo la  morte, avvenuta poco più di un anno fa. E’ stato questo evento a muoverlo, a fargli concepire quest’opera. Tanto intenso era il rapporto con lei che non si è arreso all’idea che la sua vita fosse finita per sempre, la sente continuare in sé e si sente da lei ancora visto e ascoltato. Di questa condizione del suo spirito, di quanto c’era stato tra loro e di ciò che era accaduto alla donna prima che lui nascesse, Bevilacqua ha voluto scrivere.

Giuseppina, incinta di Alberto, era rimasta sola ed aveva continuato la gravidanza nonostante questa la esponesse, nel povero quartiere di Parma dove abitava, ad interminabili critiche ed accuse ed anche se molti la invitavano ad interromperla. Avrebbe avuto il bambino e ne avrebbe sposato il padre dopo molto tempo. Ma i disagi morali ed economici, sopportati per un periodo così lungo, le avrebbero procurato delle crisi di nervi sfociate, poi, in malattia mentale. Sarebbe stata internata in ospedali psichiatrici per periodi di tempo più o meno lunghi fino a diventare vecchia. Mai il figlio Alberto, diventato  un autore noto e trasferitosi a Roma, sarebbe rimasto lontano da lei, mai avrebbe smesso di ritrovarsi con lei nei pensieri, nei sentimenti, nelle azioni. Ed ora, morta, dice di viverla in sé. E’ stato un rapporto, il loro, che era andato oltre quello abituale di affetto, di amore tra madre e figlio perché era divenuto anche di complicità, cioè di rivelazioni, confidenze, intimità, misteri. Ognuno dei due, Alberto e Giuseppina, aveva scritto un diario dove aveva registrato le pur minime emozioni e, nell’opera, continuo è il passaggio da uno all’altro diario, da una all’altra emozione, sensazione, aspirazione, delusione, confessione. Anche tra luoghi, tempi, eventi, personaggi diversi si sposta il libro sicché il lettore spesso è disorientato dal momento che non sa chi sta parlando, dove ci si trova, cosa succede,  quando succede, se si tratta di uomo o donna, sogno o realtà, inizio o fine. Né il linguaggio lo aiuta a capire poiché scorre in modo tale da eliminare ogni distanza o differenza nei contenuti, da risultare preminente rispetto ad essi. Quello della perizia linguistica e della conseguente maggiore cura della forma rispetto al contenuto è un fenomeno che il tempo, l’età procura ad alcuni autori e Bevilacqua può essere fatto rientrare tra questi. Si spiegano così le numerose sviste presenti nell’opera  quali i ricorrenti e a volte superflui sentimentalismi, la presenza di molti luoghi comuni, le ripetizioni. Ci sono in” Tu che mi ascolti” le tracce del primo Bevilacqua, dei primi racconti e romanzi di genere realista, del secondo, quello venuto dopo gli anni ’80 ed impegnato a creare figure femminili che fossero simboli anche erotici,  di costume, che interpretassero motivi di polemica sociale, di protesta civile, ed infine c’è il Bevilacqua poeta, il curatore, non solo dell’espressione ma anche della parola preziosa, unica. E il linguaggio rimane  il merito principale di quest’ ultimo lavoro e poiché si estende uguale sempre e ovunque lo rende difficile da definire. Non è un romanzo né un racconto ma soltanto un’opera di alta scrittura dove elementi della memoria, dello spirito, della fede religiosa si muovono senza sosta fino a ripetersi e confondersi: è l’opera di un figlio e questo la spiega e giustifica!


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