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Reg. Tribunale Lecce n. 662 del 01.07.1997
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Il successo dell’uomo

di Antonio Stanca

Con un grido, un urlo finisce “La piazza del Diamante”, il romanzo di Mercè Rodoreda (Barcellona 1908-Romanyà de la Selva 1983) comparso nel 1962 nella versione originale, nel 1990 nella prima traduzione italiana ed ora ristampato da La Nuova Frontiera con la traduzione di Giuseppe Tavanì. E’ stato tradotto più volte in molte lingue e per la critica rappresenta una delle maggiori opere narrative del XX secolo. Rodoreda lo completò, insieme ad altri lavori, a Ginevra dove era giunta dopo essere stata a Parigi in fuga dalla Spagna caduta sotto la dittatura di Franco seguita alla guerra civile (1936-1939). Ritornerà in Spagna nel 1972 dopo vent’anni di esilio, di problemi e disagi e quando sta per concludersi il periodo franchista. Continuerà a scrivere romanzi e racconti, alcuni saranno pubblicati postumi, alla maniera realista succederà quella fantastica, mitica dell’ultima produzione.

Ne “La piazza del Diamante” si può leggere la storia della Spagna dagli anni ’30 agli anni ’60, da una condizione di libertà, periodo repubblicano, ad una di asservimento venuta dopo la guerra civile ma si deve soprattutto leggere la storia di una donna, la giovane Natàlia-Colombetta, della sua volontà di resistere alla rovina che si abbatte su di lei e della sua capacità di superarla. Tramite Natàlia Rodoreda dice della propria lotta contro quanto in Spagna sta avvenendo, la resistenza della ragazza alle gravi circostanze famigliari che la perseguitano è quella della scrittrice alle tristi sue vicende di quegli anni. Entrambe sono unite nell’idea di non arrendersi pur a costo di patire ed alla fine il grido lacerante di Natàlia vorrà dire che per entrambe i tempi del dolore sono finiti.

Nel romanzo Rodoreda fa narrare alla protagonista la sua vita nel linguaggio che le è proprio, quello semplice, quotidiano, a volte scomposto, della persona comune, e molto riuscita è questa prova della scrittrice poiché vera, autentica, della verità e autenticità proprie della vita. Di quel che le succede intorno, che fanno gli altri o pensano o dicono, di quel che lei fa, pensa, dice, Natàlia racconta nell’opera: la storia di una persona semplice diventa una narrazione che la riporta senza alterarla neanche nell’espressione poiché identifica il protagonista col narratore. E’ un altro pregevole esempio della scrittura della Rodoreda generalmente tesa a cogliere particolari momenti, effetti, stati d’animo, capace di renderli nella loro intensità pur rimanendo facile, vicina a chi legge.

Nella Barcellona dei primi decenni del Novecento Natàlia si sposa con Quimet e già agli inizi constata di dover  accettare una vita di umiliazioni, sofferenze, privazioni, una condizione d’inferiorità rispetto al marito ed ai suoi molti altri interessi. Avrà due figli, Quimet la lascerà per prendere parte alla guerra civile, per arruolarsi tra i miliziani, lei giungerà ad uno stato di miseria al quale cercherà sempre di rimediare prestandosi ai più diversi servizi, il marito morirà e Natàlia crederà di non farcela più,  penserà di darsi la morte insieme ai figli ma quando la situazione si è così aggravata un secondo matrimonio con un uomo ricco la cambierà. Non cesseranno, tuttavia, per la donna i ricordi della vita passata, delle gravi circostanze nelle quali si è trovata, si sentirà perseguitata e temerà che i problemi si ripresentino: è stata tanto grave quella vita che non riesce a convincersi che sia finita. Solo quando è passato un certo tempo ed altre circostanze, felice matrimonio della figlia, sono sopraggiunte si scoprirà più tranquilla, più sicura e griderà per dirlo, per dire che il bene ha vinto sul male, la vita sulla morte. Lo farà in quella “piazza del Diamante” di Barcellona dove aveva conosciuto l’uomo delle sue pene, Quimet, e dove era ora andata spinta da una forza a lei superiore, sconosciuta, invisibile.

Tutto questo è avvenuto mentre in Spagna succedevano la guerra civile e poi la dittatura di Franco ma sono vicende che rimangono lontane, sullo sfondo, perché alla scrittrice interessa quel che di quella storia, di quella guerra consegue presso le famiglie, la gente, il popolo della Spagna. Alle case, alle strade, ai pensieri, alle azioni, ai volti, alle parole degli spagnoli d’ogni giorno attinge la Rodoreda per le trame delle sue maggiori opere, tra le quali “La piazza del Diamante” è stata segnalata in particolare. La dimensione comune, quotidiana della vita, la storia dei semplici ella vuole ritrarre poiché l’ha scoperta capace di valori altrove scomparsi, di ideali non più perseguiti, di quanto ha sempre distinto l’uomo nella sua esistenza, lo ha innalzato sulle cose. Che una scrittrice del XX secolo abbia inteso recuperare questo tipo di umanità, ne abbia fatto letteratura, arte, abbia avuto successo, dimostra che i valori dell’idea, dello spirito sono ancora dell’uomo, che in essi può ancora riconoscersi, con essi può salvarsi, significa che la forza dell’anima può vincere su qualunque altra.


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