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Reg. Tribunale Lecce n. 662 del 01.07.1997
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Una storia vera a Palermo di Rita Bartoli Costa
(Sciascia editore, 148 pagine)

In ricordo del giudice Costa

di Giuseppe Zupo*

“ -Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità-. E Pilato gli dice: -Che cos’è la verità?- ”.
Finita la lettura, sono rimasto a lungo con la bozza del libro tra le mani, traversato da sentimenti e pensieri contrastanti, tenerezza, rabbia, fiducia e sconforto. Poi ho riguardato il titolo, pronunziandolo lentamente: “Una storia, vera, a Palermo”; e mi è sembrato plasticamente che Palermo e le sue terribili storie girassero come un’enorme elica, in cerca di uno spazio vitale, intorno ad un asse solo, la “verità”. E sono andato a riprendere quel passo del Vangelo secondo Giovanni, che segna nel sangue di un innocente, il sangue del Cristo, il conflitto antico, quasi immanente, sempre tragico, tra verità e potere.
Perché il libro di Rita Bartoli Costa, donna Rita, come la chiamo io con affetto e deferenza naturali, è innanzitutto una testimonianza di verità. Una verità sulla mafia e sui “grandi delitti” di Palermo che il potere vorrebbe ignorare o nascondere, e che qui viene conclamata con la forza di chi ha vissuto sulla propria pelle e su quella dei suoi figli la tremenda tragicità degli eventi, ma anche con quella razionalità positiva che vuole ancora credere - malgrado tutto - nel valore profondo della democrazia, e nel riscatto possibile delle nuove generazioni.
Perché il libro di donna Rita è anche un testamento spirituale ai suoi amatissimi nipoti, uno dei quali porta il nome del nonno e ai quali si rivolge direttamente, a più riprese, durante il racconto, come se loro fossero lì, accanto a lei, voce narrante toccata purtroppo dalla “grazia degli dei”: “conoscenza attraverso dolore” (Eschilo, Agamennone - coro). Ai nipoti, ai giovani rivolge la speranza; ma guai a nascondere loro la verità! allora sì, veramente, la morte dei giusti sarebbe senza senso, e così la vita di coloro che nella giustizia hanno creduto, e per la giustizia hanno pagato prezzi a volte insopportabili, continuando a lottare senza arrendersi.
A lottare contro chi? per che cosa? Contro l’oblio, innanzitutto, definito “il più spietato strumento di potere”, uno strumento che nei riguardi del potere mafioso “a tutti i livelli”, ha steso il suo manto, ed “ha anche coinvolto la società civile e quanti avevano e ancora hanno il dovere istituzionale di , sempre, costantemente, fino al raggiungimento della verità”. Non è un caso che la lotta cominci proprio da qui, da un recupero della memoria, dei fatti e delle persone, negli aspetti anche più minuscoli, “normali” e quotidiani, fino a quelli rivelatori di scenari paurosi ben al di là dei confini dell’Isola. Perché la verità, nel senso etimologico del corrispondente termine greco, Jhia, nient’altro significa che negazione dell’oblio.
Ma anche contro la mistificazione, figlia dell’oblio, che ha fatto passare per vera un’immagine soltanto granguignolesca, “fumettistica dei films o dei romanzi”, della mafia; un’immagine comoda alla perpetuazione di quel potere mafioso dalla cui testa, mai abbattuta, si rigenera senza posa la catena di sopraffazione e di delitti che tengono in ostaggio non soltanto Palermo, questa “bellissima e infelice città”, ma l’intera democrazia italiana. Ed è questo un punto molto serio da meditare, sul quale, pur con quella prudenza e quello stile che le sono propri e che le derivano da una grande tradizione familiare (non solo il marito, ma anche il nonno materno, magistrato e “carbonaro”, cui dedica un commosso ricordo), donna Rita ha detto cose chiarissime ed inequivocabili.
“Ho sostenuto da cittadina nata, cresciuta, vissuta e offesa in terra di mafia, che essa è figlia della classe dominante siciliana e ha avuto sempre, di conseguenza, rapporti privilegiati col potere, che, strumentalizzandola, ieri come oggi, se ne è servito e, perciò, la ha coperta”. “Dal Presidente Moro ai siciliani corre, a parer mio, un unico filo di sangue, ininterrotto, per condurre il Paese verso un certo equilibrio, là dove la mafia o, meglio, l’ala militare della mafia, ha avuto il suo peso nella organizzazione delittuosa, ma avrà avuto input e coperture in alto loco, -là dove si puote ciò che si vuole- ”.
E proseguendo quel racconto ad alta voce, attorniata idealmente dai nipoti e da “quelli che nel futuro verranno” e dovranno conoscere la verità: “Io non posso, né sono tenuta, come ho già detto, a fare discorsi da aule universitarie, non sono uno storico: io racconto fatti vissuti in prima persona,
spiegandoveli in modo semplice, umanamente, e voglio anche dirvi delle circostanze che hanno distrutto, sconvolgendola, la vita della mia, della nostra famiglia…Per farvi ben capire debbo spiegarvi che la mafia si presenta a noi in due momenti: l’ala militare, la milizia armata e violenta che organizza ed esegue ogni sorta di delitti, che vive, ormai, a livello di capi, in latitanza e in gran parte, oggi, in carcere; l’altra parte, quella che Bocca scrive con l’iniziale maiuscola, a cui si dice appartengano uomini -invano colti-: capaci finanzieri, giuristi, professionisti, che svolgono le loro certamente non specchiate attività in ovattati studi o in ricchi salotti in un qualche elegante quartiere della città. Alte personalità che hanno sempre avuto rapporti col potere, sia nazionale che regionale, ai quali hanno dato e dai quali hanno avuto, soprattutto, protezione, sostanzialmente d’accordo che i morti sono morti e non servono, mentre è preferibile occuparsi dei vivi che servono ancora e, spesso, molto”.
Poi, in quell’inusitato cenacolo dove una “sapientissima cara vecchia nonna parla fanciullescamente a quell’eterno fanciullo che è l’uomo quando si salva dall’ossessione della vita non vita” (prendendo a prestito quel che Carlo Sagio dice di Omero, nella prefazione all’Odissea da lui tradotta in prosa e dedicata a Raffaele Mattioli), la voce s’alza d’un tono: “Ho tanto detto, ho chiesto, ho scritto, ho gridato contro la mafia: mi sono rivolta a tutte le istituzioni: ritardi, silenzi, garbata indifferenza, che io ho configurato nella mancanza di volontà politica. Infatti dai vari governi, e nazionali e regionali, malgrado le mie esplicite sollecitazioni, mai ho avuto un cenno di vera attenzione. Non mi ascoltarono mai attentamente, dimostrando chiara volontà di non andare avanti, neanche i magistrati, che ho considerato fin dal primo momento parte lesa come me e i miei figli”.
E non si tratta di un delitto soltanto, anche se ogni crimine invoca giustizia; perché in “questa bella e martoriata città è avvenuto quello che non è avvenuto in nessun altro paese civile occidentale: sono stati decapitati tutti i vertici delle istituzioni, sono stati assassinati giornalisti, avvocati, medici, docenti universitari, uomini con una triste storia e anche un innocente bambino, Claudio Domino, reo di aver visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere”.
Ma di che cosa parla questa donna forte e decisa, “offesa ma non sconfitta”, che ha preso “sulle spalle il peso opprimente della solitudine di tanti anni” senza il marito accanto, decidendo di restare in una città non sua, lì dove lui era caduto, per mantenere il giuramento fatto in ginocchio, davanti al suo corpo ancora caldo, di rendergli giustizia, senza nulla tacere?
E’ facile immaginare, in occasione di questo libro, la riedizione di quei commenti a mezza bocca, intrisi di viltà, di opportunismo, di falso pietismo (sembra di sentirli: “accuse senza fondamento alcuno”, “fantasmi del cuore”, “farneticazioni e lamenti di una povera vedova che non sa darsi pace”), che in questi anni, “tanti anni”, troppi, sono riusciti ad opporre alle ragioni di questa martoriata famiglia un “muro insormontabile” di indifferenza. E’ il gioco fin troppo scoperto di una classe dirigente “interessata a non fare luce”, un gioco che punta sulla stanchezza, sull’oblio, sulla ritualizzazione della vita e della morte, sulla prevalenza di un giornalismo e di un sistema mediatico fondati sulla notizia facile anziché sull’inchiesta difficile e laboriosa, su un’antimafia di maniera che combatte solo gli aspetti truculenti della mafia “militare”, lasciando sostanzialmente indisturbati i santuari.
Eppure non sarebbe difficile riprendere, ancora oggi, le fila di quelle indagini riservatissime che il Procuratore Costa aveva ordinato alla Guardia di Finanza il 14 luglio 1980, meno di un mese prima di essere ucciso. Si trattava di svolgere a largo raggio, su tutto il territorio nazionale, “approfonditi accertamenti” su precisi intrecci di interessi, economici, finanziari, bancari e societari, non solo dei gruppi mafiosi dominanti a Palermo in quel momento, e cioè dei “soliti noti”, ma anche sui loro “soci occulti”.
Gaetano Costa era ben consapevole della importanza e della pericolosità di quelle indagini, che avrebbero potuto far luce anche sull’omicidio del Presidente della Regione On. Piersanti Mattarella: indagini di cui aveva certamente parlato con l’amico Rocco Chinnici quando, per evitare orecchie indiscrete nello stesso palazzo di giustizia, si davano appuntamento nell’ascensore bloccato a mezza corsa. Erano le indagini che l’allora col. Pascucci, comandante del nucleo di Polizia Tributaria,
aveva avviato con solerzia, e per le quali - come egli ha avuto modo di testimoniare – la moglie era stata avvicinata per strada, alle spalle, da persona sconosciuta, che le aveva intimato di non voltarsi, e di “raccomandare al comandante di non approfondirle troppo”!
Ebbene, prima della risposta a quelle indagini arrivò la mano del sicario di via Cavour. Il colonnello Pascucci venne trasferito; dopo di lui un balletto di altri trasferimenti, nei quali - come ha testimoniato in aula un altro ufficiale, l’allora col. Pizzuti – era intervenuta direttamente la loggia massonica P2, e che ebbero un effetto del tutto scontato: la Guardia di Finanza non ha mai completato quelle indagini.
Ecco quello che ha scritto in proposito la Corte d’Assise di Catania: “E’ aleggiata su alcuni episodi (e ciò dicasi per i continui avvicendamenti ai vertici della Guardia di Finanza di Palermo) l’ombra nefasta della P2 di Licio Gelli. Occupandosi quindi di tali moventi [quello della vendetta del boss Inzerillo per la convalida degli arresti dei suoi gregari, e quello di chi, ben più in alto, aveva assoluta necessità di fermare quelle indagini] ritiene la Corte di non essere assolutamente nelle condizioni di potere affermare che il primo (convalida degli arresti) costituisca il vero ed esclusivo movente dell’omicidio e di potere escludere che sussista altro movente alternativo o concorrente”.
E poco prima, dopo aver parlato dell’impegno e del metodo nuovo che Gaetano Costa aveva portato nel lavoro della Procura di Palermo, un metodo che – come dice donna Rita – privilegiava la sostanza sulla forma e il riserbo sui facili successi dell’immagine mediatica, ecco la precisa critica di quella Corte d’Assise ai magistrati che avevano condotto la prima fase delle indagini sull’omicidio del Procuratore: “E proprio prendendo le mosse da tale movente [quello della vendetta del boss Inzerillo], e, può ben dirsi, almeno con riferimento alla prima fase delle indagini, mantenendosi nell’esclusivo ambito dello stesso (ed è forse questa la principale censura che può muoversi agli inquirenti), particolare e decisivo peso è stato attribuito, come si è detto, all’accertata presenza sulla scena del delitto, appena due giorni prima della sua consumazione, dell’odierno imputato, lontano parente del ben più celebre boss Totuccio Inzerillo”. Uno straccio di prova che, in mancanza di altre piste investigative ben più corpose ma anche ben più pericolose, avrebbe portato quel processo, dai risvolti così gravi e drammatici, alla sua necessaria conclusione, l’assoluzione del “lontano parente”!
Sono farneticazioni anche queste? Vaneggiavano anche i giudici della Corte d’Assise? E perché nessuno si è fatto carico finora di questi precisi rilievi, che costituiscono altrettanto precise indicazioni, sia rispetto alle indagini mai effettuate, sia rispetto alle responsabilità in proposito di certi magistrati?
Ma a “farneticare” non sarebbero solo donna Rita Bartoli Costa e la Corte d’Assise di Catania. Sulla stessa lunghezza d’onda si trovavano persone che l’antimafia di maniera ha cercato di imbalsamare, con riti ed officianti generosamente turibolati dal sistema mediatico, ma con sostanziale soppressione del vero valore della loro opera e delle ragioni vere della loro morte (come si vede, è sempre intorno alla “verità” delle storie che a Palermo ruota la questione mafia). Parliamo non soltanto di Cesare Terranova, di Piersanti Mattarella, di Pio La Torre, di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Giovanni Falcone, ed altri; ma soprattutto di Rocco Chinnici e Paolo Borsellino.
Terranova viene assassinato nel momento in cui, con tutta la sua esperienza di magistrato e di parlamentare, stava per riprendere le sue funzioni inquirenti. I suoi ragionati convincimenti sulla mafia erano noti. “Nel dopoguerra vediamo la mafia fare il suo ingresso nel mondo politico e nel mondo degli affari”, diceva in un’intervista a Il Diario del 23 settembre 1979. E nella sua dichiarazione di voto sulla Relazione conclusiva della Commissione Antimafia (seduta del 5 gennaio 1976) così si esprimeva: “è indispensabile anzitutto ripristinare la fiducia del cittadino nelle istituzioni, cominciando con l’allontanamento da tutti i posti di potere di tutti coloro che, non esito a dire, a torto o a ragione, siano stati in qualche misura compromessi o invischiati con la mafia. E questo vale non soltanto per gli uomini politici, ma per tutti coloro che, a qualsiasi titolo, siano preposti ad uffici pubblici di elevata responsabilità”.
Cose che non erano una novità: le aveva scritte, con dettagli impressionanti ma anche a quell’epoca senza esito, l’allora colonnello dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel capitolo n. 9 del
rapporto su “Michele Navarra e la mafia del corleonese” inviato nel 1970 alla Commissione Antimafia, rapporto pubblicato nel 1990 dalle edizioni La Zisa di Palermo.
Ma cose ancora più precise erano state dette da Rocco Chinnici, in varie occasioni. Non è senza commozione che si rilegge, adesso, un volumetto di quelle stesse edizioni (sempre 1990), dal titolo “L’illegalità protetta”, nel quale una serie di interventi di Chinnici è preceduta da una prefazione di Paolo Borsellino.
Premesso che la visione del fenomeno mafioso del collega assassinato “non si discosta affatto da quella che oggi ne abbiamo”, Borsellino così prosegue: “Le dimensioni gigantesche della organizzazione, la sua estrema pericolosità, gli ingentissimi capitali gestiti, i collegamenti con le organizzazioni di oltre oceano e con quelle similari di altre regioni d’Italia, le peculiarità del rapporto mafia-politica…: c’è già tutto in questi scritti di Chinnici”. E subito appresso, la stessa, allarmata denuncia che ora si leva da donna Rita Bartoli Costa: “Eppure, né la generale disattenzione né la pericolosa e diffusa tentazione alla convivenza col fenomeno mafioso, spesso confinante con la collusione, scoraggiarono mai quest’uomo, che aveva, come una volta mi disse, la ”. Qualità che erano costate a Chinnici la vita, come già a Gaetano Costa; e poco dopo allo stesso Borsellino.
E Chinnici non aveva certo taciuto sul rapporto, intimo e necessario, della mafia militare con la politica a tutti i livelli. “Chi scrive è convinto che, oggi più che ieri, la mafia inserita come è nella vita economica dell’isola non può fare a meno di tali rapporti…L’omicidio del presidente della regione Piersanti Mattarella, caduto nel tentativo generoso di dare un volto nuovo alle pubbliche istituzioni e nel momento in cui, predisponendo le necessarie riforme, stava per passare dalla enunciazione di linee programmatiche dirette ad estromettere mafia e sistemi mafiosi dai gangli vitali della regione, alla realizzazione delle stesse, costituisce la drammatica riprova della validità della tesi che qui si sostiene”. Un rapporto, quello mafia-politica, che “è fatto incontestabile, permane tuttora pur se, per ragioni contingenti, esso sembra meno appariscente di quanto non fosse qualche anno fa". E dopo aver accennato alle indagini di Falcone anche sui traffici internazionali di armi (indagini di cui a noi sfuggono oggi i risultati), e al fatto che anche Pio La Torre fosse caduto sulla stessa frontiera (e Chinnici non parlava da sociologo, ma da magistrato che conduceva le inchieste Reina, Mattarella e La Torre), ecco il suo pensiero sulla vicenda Sindona: “E che cosa costituisce la vicenda del banchiere siciliano se non un emblematico esempio di intrecci non del tutto chiari tra potere politico-finanziario e mafia?” (dal testo della relazione svolta all’Incontro della Commissione ‘Riforma’ con i magistrati impegnati in processi contro i mafiosi, in Castelgandolfo dal 4 al 6 giugno 1982, nel volume sopra indicato).
Ma Chinnici aveva detto di più. Il 25 febbraio 1982, al Consiglio Superiore della Magistratura che lo sentiva sulla vicenda del “tradimento” di Costa da parte di alcuni sostituti, che non avevano esitato ad indicare agli avvocati dei mafiosi incarcerati il loro Procuratore come l’unico responsabile di quelle decisioni, aveva parlato delle famose indagini commissionate alla Guardia di Finanza.
Ad un consigliere che gli chiedeva di quegli “strani” avvicendamenti ai vertici palermitani di quell’Arma, egli così rispondeva: “A livello di diceria, come voci, non so da che parte non si voleva che si facessero quelle approfondite indagini bancarie. Ma noi malgrado tutto le abbiamo fatte” – “Con l’ausilio della Guardia di Finanza?”, domanda il consigliere. “Io le ho fatte senza l’ausilio della Guardia di Finanza” - risponde Chinnici - perché le ho fatte direttamente. Falcone è stato molto aiutato dalla Guardia di Finanza, io in minima parte, perché le ho fatte personalmente…”.
E dopo qualche mese da questa deposizione, andato in visita da Giuseppina La Torre di cui era buon amico, le aveva detto: “Siamo arrivati al punto. Adesso il caso La Torre è chiaro. Dica alla sua amica Irma Mattarella che presto la manderò a chiamare, perché queste novità riguardano anche lei…Si tratta solo di aspettare qualche settimana e saprà tutto. Finalmente ci siamo” (deposizione della Signora La Torre nel relativo processo).
Ma di lì a qualche giorno, Chinnici era morto! Di quelle indagini non si è saputo più nulla. Per gli omicidi politico-mafiosi a Palermo sono stati sempre e soltanto condannati i “soliti noti”; e nel caso di Gaetano Costa, neanche quelli!
Eppure “ il problema dell’inquinamento mafioso [del capitale finanziario] è talmente grave che anche le imprese invitano a non privarsi di uno strumento essenziale per combatterlo”. Lo “strumento essenziale” era, addirittura, l’abolizione del segreto bancario; e la persona che faceva letteralmente questa proposta, nientemeno che il Presidente della Confindustria nel novembre 1990, Sergio Pininfarina (articolo “Mettiamo il naso nelle banche”, pag. 2 dell’Unità del 13/11/90). Anche lui farneticava?
Del resto, certe “irrequietezze” a livello di organismi europei rispetto a questi veri e propri “buchi neri” nella cosiddetta accumulazione originaria e nel movimento del capitale finanziario in Italia e oltre l’Italia, non devono avere una spiegazione molto lontana da quella che muoveva l’allora Presidente degli industriali italiani a fare quelle dichiarazioni e quegli auspici.
Né si tratta di indebite ingerenze: perché, in attuazione degli artt. 1, 29-31 del Trattato sull’Unione Europea delineata a Maastricht, in relazione a quello che viene comunemente denominato il Terzo Pilastro dell’Unione (la cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni - CGAI), è stato stabilito innanzitutto un potere di informazione dei cosiddetti “ufficiali di collegamento” su questioni di interesse comune, ed è stato elaborato un apposito meccanismo di valutazione degli impegni assunti dai vari paesi nel campo della lotta alla criminalità organizzata. In particolare, l’azione comune n. 97/827/GAI ha stabilito che il gruppo di lavoro multidisciplinare sulla lotta alla criminalità organizzata (GDM) definisca ogni anno il settore specifico da valutare, nonché l’ordine degli stati membri da esaminare.
E noi ci chiediamo perché la Comunità Europea, che ha giustamente stabilito parametri comuni in tanti settori dell’economia, esercitando su di essi un rigorosissimo controllo di conformità, non debba pretendere uguale rigore in un settore tanto delicato, e di così vasti e dirompenti effetti dannosi, non solo sul piano essenziale del mercato europeo e internazionale, ma sulla formazione dei gruppi dirigenti che da quegli inquinamenti non possono non uscire condizionati.
Ma a tutto questo non si perviene senza quella “insurrezione delle coscienze” di cui parla, nella sua storia “vera”, donna Rita. Non un’azione generica, né soltanto una rivolta morale, che pure è premessa indispensabile; ma “una qualche forma di azione inquadrata in una quanto più completa visione del complesso problema”. Perché “il male è talmente profondo ed incarnato che le sue velenose radici affondano in un terreno dove si intrecciano da secoli - e vengono talora coltivati – torbidi interessi, espressioni dell’egoismo e della prepotenza umana, disancorata da ogni visione morale e religiosa della vita” (dall’omelia del cardinale Pappalardo nella cattedrale di Palermo il 27 settembre 1979, in morte di Cesare Terranova).
Ecco, queste cose ci sentivamo di scrivere di fronte al bel libro di donna Rita. Anche a noi, nel leggerlo, è sembrato di “cchianari” con lei le scale difficili del dovere, dell’onore, della solidarietà tra gli uomini di buona volontà. A testa inchinata e scoperta, come si deve soltanto di fronte a chi ha parlato anche per noi il linguaggio difficile e arduo della verità.
Premessa al libro “Una storia vera” Giuseppe Zupo

Roma, 13 aprile 2001

Cara donna Rita,
di meglio non ho saputo fare. Mi rendo ben conto che la mia prefazione assomiglia più ad una comparsa conclusionale, che ad un elaborato prettamente culturale; da troppo tempo sono lontano dal dibattito politico-culturale, e quindi ho perso un po’ l’abitudine alle forme più snelle. Ma poiché mi avete scelto, sarà giocoforza accontentarsi.
Voglio dirvi però che siete del tutto libera di modificare a piacimento non solo la forma, ma anche la sostanza dello scritto, secondo quelle che riterrete le vostre opportunità.
Per quanto mi riguarda, spero non vi dispiaccia che io abbia svolto una parte della prefazione, polemizzando contro quelle “voci a mezza bocca” che tante volte hanno steso un cordone di vera e propria quarantena intorno soprattutto a Michele. Ho cercato di immaginare (ma qualche volta mi è toccato anche di sentirle realmente, ed ho reagito!) alcune di quelle osservazioni; e, come è d’istinto in un avvocato, ho polemizzato con esse.
La parte che vi raccomando di meditare, parlandone con Michele e chi altri vi parrà opportuno, è quella in cui viene ventilato un intervento della Comunità Europea. La questione è di forte attualità, dopo le vicende che hanno riportato all’attenzione della pubblica opinione l’oscura origine delle fortune di Berlusconi. In realtà, mi sembrerebbe un buon passo rivolgersi con il vostro libro direttamente al Presidente della Repubblica e al Presidente Prodi, chiedendo che finalmente l’attenzione venga concentrata su certo tipo di indagini. E non vedrei neanche come un fuor d’opera, chiedere che voi e Michele veniste sentiti in sede europea, su questi argomenti che riguardano – e minacciano – una trasparente integrazione dei mercati finanziari. In questo, potrebbe venire un aiuto forte e finora insperato proprio da quel mondo economico che, pur con le sue magagne, però non ha nulla da spartire, e nulla vuole condividere, con il capitale mafioso.
Tanti cari saluti e auguri di buona Pasqua
Pino

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Quel giudice deve morire

Aveva sessantadue anni il giudice Gaetano Costa quando, il 10 luglio del ’78, da Caltanissetta approdò ad uno degli uffici giudiziari più importanti del capoluogo siciliano. Già durante la cerimonia di insediamento, il neo Procuratore Capo di Palermo ebbe l’ardire di affermare che non avrebbe accettato spinte o pressioni, sostenendo che avrebbe agito invece con spirito di indipendenza, cercando di non farsi condizionare da simpatie o risentimenti. Alcuni magistrati già allora pensarono che il Procuratore non aveva ancora capito niente. Non gli erano serviti gli esempi di tanti morti per mano mafiosa.
Il giudice, nato a Caltanissetta, aveva aderito a fazioni del partito comunista clandestino e preso parte alla Resistenza. All’inizio degli anni ’40 era entrato in magistratura a Roma, dove aveva cominciato la carriera di sostituto procuratore, proseguendola in seguito a Caltanissetta dal ’44 al ’65. E, proprio lì, dopo aver indagato sulla mafia agraria che in quegli anni stava scoprendo nuove forme di accumulazione illecita, divenne procuratore capo. Ancora oggi molte banche siciliane ricordano quel giudice che, scartabbellando inesorabilmente nei conti di tanti imprenditori sospetti, spesso riuscì a mandare in galera clienti, banchieri e funzionari.
Ai magistrati che giunsero a Caltanissetta nel ’69 presentò un quadro chiaro dell’intreccio che si era determinato in Sicilia negli anni ’60 tra la mafia e i pubblici poteri. Aveva capito che anche lì stava nascendo la mafia imprenditrice, quella dei “colletti bianchi”, una mafia che voleva a tutti i costi contrastare, andando sempre fino in fondo nelle inchieste. Qualcuno cercò di spiegargli che “il
garantismo è nato a Palermo”, ma lui lo ignorò e proseguì dritto per la sua strada, pur sapendo ormai di essere solo e che tale sarebbe rimasto. Nonostante tutto però, c’era pur qualche magistrato che lo appoggiava, come il capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, Rocco Chinnici. Con quest’ultimo era solito incontrarsi in ascensore e andare su e giù, unico modo che avessero per poter parlare liberamente delle principali inchieste antimafia in corso, al riparo da orecchi indiscreti. All’epoca si indagava sulla mafia siculo-americana e sulle famiglie degli Spatola, dei Gambino e degli Inzerillo. Era il 1980, e il capitano dei carabinieri della compagnia di Monreale, Emanuele Basile, riuscì a chiudere il cerchio attorno ai clan che già erano finiti nel mirino di Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, nelle indagini sulla pista dei corleonesi che, comunque, erano solo agli inizi. Ma, proprio a causa delle sue scoperte, Basile trovò presto la morte la sera del 4 maggio 1980, a Monreale. E, con questa ennesima uccisione, era ormai innegabile che qualcuno aveva alzato il tiro…. Giuliano – assassinato il 21 luglio del ’79 – e Basile lavoravano insieme, indagando sulle stesse persone e sugli stessi affari. Grazie ad intercettazioni telefoniche e prove fotografiche i due erano riusciti a trovare i pezzi di un unico mosaico e, così, a poche ore dall’uccisione del loro ufficiale, i carabinieri furono in grado di arrestare una trentina di persone presentando in procura il rapporto di denuncia. E, nonostante gli avvocati palermitani avessero sottovalutato il lavoro delle forze dell’ordine, Costa studiò quel rapporto che presentava i nomi dei personaggi chiave della mafia siculo-americana, nonché tutta una serie di intrecci di parentele e rapporti societari dai quali sarebbero senz’altro scaturiti ulteriori sviluppi. Il 9 maggio riunì nel proprio ufficio tutti i suoi sostituti avvertendoli che quella catena di sangue non poteva essere ignorata da chi si occupava di inchieste antimafia. Il suo accorato appello ad andare avanti su quella pista non servì a smuovere i sostituti. Finì col firmare da solo gli ordini di cattura, assumendo su di lui la responsabilità di ogni possibile conseguenza di quell’azione e sconcertando gli avvocati, che videro trattenere in carcere i propri assistiti.
Gaetano Costa pagò a caro prezzo il peso di quella responsabilità. Era solo quando, la sera del 6 agosto 1980, in via Cavour, morì dissanguato, sfigurato dai proiettili di un killer che lo aveva seguito da casa fin davanti ad un’edicola. Il giorno dopo gli avrebbero dato una scorta, troppo tardi.
Jessica Pezzetta

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Liberazione - 3 novembre 2001
Rita Bartoli ricorda il marito magistrato nel libro “Una storia vera a Palermo”
Morti ammazzati di mafia La vera storia di Gaetano Costa

Si chiama “Una storia vera a Palermo” (Sciascia editore, 148 pagine, 9.30 euro, 18.000 lire) il libro d’amore scritto da Rita Bartoli Costa, vedova del Procuratore Capo di Palermo Gaetano Costa, morto ammazzato dalla mafia in via Cavour, davanti al Supercinema Excelsior, sfigurato con un colpo di pistola in faccia in un torrido pomeriggio del 6 agosto 1980. «E come potevamo noi cantare / con il piede nemico sopra il cuore / fra i morti abbandonati nelle piazze» è l’incipit nonché motivo ricorrente di questo libro d’amore di Rita per quel marito che sarebbe stato compagno e padre tenerissimo, ma anche magistrato schivo e severo, a causa di quel mestiere “difficile” in una città difficilissima e in anni da incubo. «La grande quercia abbattuta» lei lo chiama ripetutamente, quasi a invocarne la perduta capacità protettiva e la grande autorevolezza che lo aveva reso tanto forte tra i magistrati e nell’opinione pubblica, e allo stesso tempo, proprio per questo, tanto vulnerabile. E libro d’amore per la città bella e dolente che ha visto morire massacrati tanti suoi figli e cittadini onesti in un’orrenda scia di sangue: dalla sparizione del giornalista de “L’Ora” Mauro De Mauro e dall’omicidio del procuratore Scaglione, nel 1970, fino alle stragi del ’93 di Capaci e via D’Amelio in cui furono fatti “saltare” Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In mezzo, l’infinita litania dei “misteri dolorosi” di Palermo e la sfilza dei morti “eccellenti”: il 6 gennaio 1980 il presidente della regione Piersanti Mattarella, il 30 aprile 1982 il segretario del Partito comunista siciliano Pio La Torre e il 3 settembre il superprefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, il 24 luglio 1983 il giudice istruttore Rocco Chinnici. E tanti e tanti altri “onesti servitori”, come li chiama Rita Costa: giornalisti come Spampinato, Francese e Beppe Fava; magistrati come Livatino, Ciaccio Montalto e Cesare Terranova, investigatori come Cassarà, Montana, Basile e Boris Giuliano. E i tanti dimenticati delle scorte come Emanuela Loi, autisti come Rosario Di Salvo, persino mogli come Francesca Morvillo ed Emanuela Setti Carraro. Una “mattanza” durata oltre vent’anni.
Una donna forte e fragile Conosco personalmente Rita Costa, donna fragile e forte assieme, che in questo libro dice senza odio ma con ferma denuncia cose terribili. Me le aveva già dette, in un’intervista che le feci per “la Repubblica”, in occasione del diciottesimo anniversario della morte del marito, il 6 agosto del ’98. In quell’occasione Rita si era detta molto amareggiata perché Costa era «uno dei morti dimenticati in una città che di onesti servitori dello Stato ne ha sacrificati tanti, fino a rimuovere anche quelli più recenti, sotto il peso insopportabile e ripetitivo della mattanza». Nella ricorrenza la famiglia fece pubblicare un necrologio da brividi: «Mortificati dall’inaccettabile abbandono delle indagini sui responsabili e le causali dell’omicidio di Gaetano Costa... i familiari lo ricordano... chiedendo l’aiuto di tutti per impedire che l’oblio e l’impunità degli assassini e dei mandanti rendano inutile il suo sacrificio». E Rita nell’intervista sosteneva che: «Non basta trovare i killer. Ci sono morti che vengono decise da quella mafia che Giorgio Bocca scrive con la emme maiuscola e che le indagini per i delitti Costa e Chinnici, Montana e Cassarà, ma anche Falcone e Borsellino, non hanno nemmeno sfiorato». Si può dire che il libro parta da qui. O comunque che su questo nodo si arrovelli l’anima inquieta di una donna che intanto ha dovuto affrontare da sola la sua vita, lungo vent’anni di una solitudine ancora piena di struggimento ma senza rassegnazione: «In tutti questi lunghi, amari anni ho preferito tacere su quanto mi bruciava dentro, gelosa dei miei sentimenti e della appartenenza del mio dolore, delle mie emozioni: i sentimenti e le reazioni ho pensato appartenessero solo a me stessa e non potevano essere oggetto né di commiserazione dai parte dei probi, né di soddisfazione da parte dei reprobi». E ancora: «Contro la mafia mi rivolgo alle donne, che sono state e forse ancora sono quella parte della società che ha subito in silenzio le violenze e le prevaricazioni mafiose; che sono state sempre coperte, spesso anche dirette, da chi ha retto le sorti di questo Paese offrendo agli italiani, sicuramente ai siciliani, l’illusione di vivere in una Repubblica di piena democrazia nata dai valori della Resistenza... Alle donne, perché in questa martoriata città sono state le prime a capire l’importanza e la priorità della lotta alla mafia».
Il porto dei veleni Ma ci sono nel libro, tra le tante umanissime testimonianze di quel “rosario” di ricordi, tre passaggi cruciali, che non possono essere taciuti. Il primo riguarda «la strana storia dell’anticipato possesso», come Rita chiama la vicenda del subentro del marito nel ruolo di Procuratore Capo di Palermo: «Solitamente per i posti direttivi, dopo la decisione del Csm, si era soliti dare l’anticipato possesso del posto al quale si era designati, per evitare che un ufficio direttivo rimanesse senza la presenza del capo per i tempi lunghi dell’iter burocratico. Al presidente Spadaro infatti lo avevano subito concesso, a mio marito era stato negato e il Procuratore generale dell’epoca, il dottor Pizzillo, non aveva fatto mistero di non avere nessuna intenzione di sollecitare il Csm, non preoccupandosi affatto di lasciare una Procura calda come quella di Palermo senza il Procuratore capo designato, affidandola per un periodo così lungo a un Procuratore aggiunto, buono per tutte le stagioni, di cui preferisco non fare il nome per carità di patria... L’aggiunto “facente funzione” telefonò a Caltanissetta chiedendo a mio marito la cortesia di postergare di un mese il suo arrivo a Palermo per dargli il modo di completare l’anno di reggenza, cosa che gli avrebbe consentito di concorrere con successo alla direzione della prima Procura che fosse rimasta libera e messa a concorso. Non mi risulta che abbia mai concorso ad alcuna Procura». Seconda testimonianza: «L’allora Questore di Palermo, in seguito al delitto Basile (capitano dei carabinieri di Monreale, ammazzato mentre era in processione con la figlia in braccio, ndr), aveva fatto arrestare 55 personaggi, tutti dediti a traffici illegali, e aveva chiesto alla Procura della Repubblica la convalida di tali arresti, secondo la normale procedura. Per l’occasione, dopo averne parlato con l’aggiunto che si era mostrato d’accordo, Gaetano riunì nel suo ufficio i due sostituti ai quali era stata affidata l’inchiesta per discutere la convalida di quei fermi. L’aggiunto ritenne opportuno non andare alla riunione e i due sostituti, che avevano interrogato gli imputati, dichiararono sic et simpliciter il loro disaccordo per la convalida dei fermi... Si discuteva, e animatamente, sull’opportunità della convalida, quando uno dei due sostituti dichiarò che non avrebbe firmato. Allora Gaetano firmò personalmente quelle convalide, e con esse firmò anche la sua condanna a morte».
Una scorta di sola andata La terza, coraggiosa e precisa denuncia che Rita Bartoli Costa fa nel libro riguarda quello che possiamo chiamare “il mistero della scorta di sola andata”. Il 6 agosto, giorno in cui il Procuratore fu ucciso, era per la famiglia Costa il primo giorno di ferie, che sarebbero cominciate più precisamente il giorno dopo, con la partenza per le vacanze all’isola di Vulcano. «Alla Questura era stato deciso - scrive Rita - che durante il viaggio per Vulcano saremmo stati scortati fino a Milazzo dalla Polizia, dove quest’ultima ci avrebbe dato in consegna ai Carabinieri di quella cittadina, che ci avrebbero dovuto scortare fino a Vulcano consegnandoci infine ai Carabinieri dell’isola... Ricordo che fu il capo della Squadra mobile a comunicargli quella decisione di tutela per il periodo delle vacanze: non capivo, qualcosa non era chiaro, come un vuoto, uno strano vuoto per la mancanza di un progetto di tutela per il ritorno». Ecco, è questo il “centro” del libro di Rita Costa, ed è anche molto di più. Una testimonianza da lasciare in eredità ai nipoti, al piccolo Gaetano che porta il nome del nonno. E da lasciare in dono ai probi: ai tanti che continuano a battersi contro la mafia e per la legalità in questa città di Palermo, che sta ritornando a una triste “normalità”, dopo gli anni della “primavera”, del riscatto e dei lenzuoli bianchi contro la mafia. E il libro arriva al momento giusto, mentre i poteri occulti si vanno schierando per la scelta del prossimo sindaco. Quel primo cittadino che può fare la differenza tra un progetto per il futuro o un salto indietro di vent’anni in un passato tetro e sanguinario come quello in cui morì, su un marciapiede del centro, il Procuratore capo Gaetano Costa, onesto servitore dello Stato. Il killer è ancora in circolazione.

Gemma Contin

http://www.caltaweb.it/cobas/1_scuola/cesp/recensioni/recensioni.html

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In Interlinea

http://www.edscuola.it/interlinea.html

 

stralci dai due documenti di Rita Bartoli Costa:

 

....................."Questa bella e martoriata città, un tempo felicissima, è stata per un lungo periodo afflitta da violente prevaricazioni e traffici sporchi di ogni sorta, quando, dalla fine degli anni settanta agli anni novanta, sono stati fatti assassinare dalla mafia i vertici delle istituzioni.

È avvenuto, come è palese, in Sicilia , a Palermo in particolare, quello che non è avvenuto in nessuna altra città del mondo occidentale, per cui, per noi che fummo sconvolti e traumatizzati da tali avvenimenti - e tenuto conto che la mafia per le sue origini e per la data del suo divenire aveva ormai determinato una cultura di disvalori o una subcultura - non rimase altro modo se non attaccare questa subcultura, creando nel quotidiano una cultura dei valori, la cultura prioritaria del rispetto della vita...............

 

http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/iusp.html

Il 6 agosto 2000, dopo venti anni, nel corso della celebrazione della Messa in commemorazione dell’uccisione del Procuratore Capo della Repubblica, della città di Palermo, Gaetano Costa, Rita Bartoli Costa ha preso la parola, per la prima volta in pubblico e ha dato, a tutti noi che eravamo presenti , il dono prezioso del suo testamento spirituale.Sono parole che tagliano la cavità dei cuori e che nulla concedono ai furbi e ai disonesti ……Sono immensamente grata a Rita Costa per la sua stima , per aver consegnato le "sue pagine" ad Educazione alla Legalità di Interlinea.............

 

 

Palermo 6 agosto 2000

di Rita Bartoli Costa

Vent’anni fa, in un caldo pomeriggio di Agosto, nella parte alta di via Cavour, senza scorte, mentre era fermo a guardare i libri esposti in una bancarella, un killer di mafia, indisturbato, in tutta tranquillità, aggrediva alle spalle, uccidendolo, mio marito, Gaetano Costa, Procuratore Capo della repubblica di questa città, colpevole di aver sempre fatto rispettare le leggi dello Stato da ogni forma di prevaricazione criminale, in difesa della società di questa Repubblica.

Ho deciso, in questo ventesimo anniversario di prendere io la parola per commemorarlo, credo giustamente, perché sono la persona che meglio di ogni altra ne ha conosciuto il non comune spessore umano sia nel privato che nel pubblico.

Come i suoi colleghi ben ricorderanno, Gaetano Costa è stato magistrato di grande valore e di indiscussa preparazione e ciò malgrado non ebbe la dovuta solidarietà, diciamo, dal suo ufficio e da chi aveva il sacrosanto dovere di difendere il suo modo di amministrare la giustizia..........

http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/6agosto.html


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