Prima Pagina
Reg. Tribunale Lecce n. 662 del 01.07.1997
Direttore responsabile: Dario Cillo


 

Il bonus di stato alle famiglie

di Beatrice Mezzina

 

Non ripeterò le parole già dette sulla  questione del decreto del governo che stanzia 30 milioni di Euro da assegnare annualmente alle famiglie degli studenti che frequentano le scuole private, senza limiti di reddito.

Più che un avvio alla discussione, come dicono alcune colombe del governo, mi sembra un provvedimento improvvido e inutile per gli stessi beneficiari. E’ un segno mediatico che vuole rappresentare la coesione del governo con un tentativo di legare parti della coalizione sempre più critiche in una alleanza governativa con molte crepe, di dimostrare la forza del governo in una questione che avrebbe bisogno di un dibattito più meditato sulla scuola, quella privata compresa.

Tralascio quindi tutte le fasi della polemica bollate come espressioni di veterolaicismo sui fondi che si reperiscono per le famiglie delle private, quando il governo cerca di fare cassa sulle pensioni, falcidia il danaro del contratto docenti, non apre quello dei dirigenti, limita notevolmente tutte le risorse per la scuola pubblica con l'aumento dell'orario cattedra per i docenti, il blocco delle assunzioni, l’abbattimento dei fondi per l'handicap e per l'autonomia.

Ricordo solo gli impegni per la messa a norma di sicurezza per le scuole. Dei bambini morti a S.Giuliano non si ricorda più nessuno e dorme dimenticata la questione della sicurezza e della qualità dei luoghi in cui gli studenti dovrebbero apprendere i fondamenti della vita sociale.

Ritornando all’assunto, vorrei  ragionare laicamente proprio sulle scuole private o libere, come ama dire Buttiglione, quasi che le scuole della Repubblica, di cui è ministro, fossero non libere.

Cominciando dai dati di frequenza nelle scuole private, alti nelle scuole dell’infanzia ed elementari, bassi nelle scuole medie, alti nuovamente nella scuola superiore.

Perché tanti bambini della scuola dell'infanzia ed elementare frequentano scuole private, spesso confessionali ? Non certo per regioni di scelta culturale o ideale ma per ragioni di orari. Fior di laici mandano i bambini dalle suore perché il tempo scuola è funzionale al proprio lavoro; quando i bambini diventano più grandi, già alle scuole medie, i bambini capaci di gestirsi meglio da sé passano alla scuola pubblica.

Un dibattito meditato porrebbe la questione del tempo scuola, la valorizzazione di quelle, pubbliche o private che lo offrono, il censimento dell’offerta, se si vuole ragionare anche sul concetto di concorrenza tanto caro ai neoliberisti. In quest’ottica molti sono disponibili alla discussione sulla qualità globale dell’offerta.

Nelle scuole superiori la situazione è diversissima. Tranne poche scuole serie,  per la maggior parte confessionali o esclusive, in cui le famiglie pagano rette altissime come segno di appartenenza a un gruppo privilegiato, la maggior parte degli istituti privati sono diplomifici.

Per le prime, la miseria del bonus governativo non servirà certo a far accedere studenti di famiglie meno abbienti, per le seconde occorre prendere una posizione netta, non è questione certo di essere o non essere favorevoli al bonus.

I diplomifici infatti continuano a sfornare diplomati a pagamento, più consistente a seconda degli anni che si vogliono recuperare; gli studenti espulsi dalla scuola pubblica svolgono due o tre anni in uno e  se mai, con la media dell'otto in quarta, saltano anche la quinta classe per anticipo e prendono cento agli esami di Stato come ci dicono i dati  che ci si guarda bene da analizzare.

Pare  sia un investimento tra i più lucrativi aprire un diplomificio, tanti sono coloro che desiderano un diploma senza spendere tanto tempo con la scuola pubblica, dove qualche difficoltà si trova ancora.

Insomma una vergogna civile con antiche e nuove responsabilità.

Nessuna ispezione ministeriale su tali dati,  ispezioni invece nelle scuole pubbliche per lo sfondamento del limite spesa sui libri di testo, quasi che esistessero libri di testo "base", a poco prezzo come le medicine, e non ci fosse un trust sui prezzi proposti dalle case editrici; si colpisce al solito l’ultimo anello della catena, le scuole pubbliche,  invece di attivare una politica calmierante sui libri di testo  per non toccare i tanti interessi del salvifico mercato. Ma questa è un’altra storia.

Se questo è sommariamente il variegato mondo delle private, una politica seria dovrebbe tenere conto della situazione generale,  porre le questioni, proporre soluzioni meditate, censire e migliorare la qualità della scuola, pubblica e privata, con un ampio dibattito.

La strada che si era aperta con il governo Prodi sulla questione, pur con tanti contrasti nella maggioranza di allora per le forti implicazioni ideologiche che l’argomento  porta con sé, ha bisogno di ben altri approfondimenti ed è  invece precipitata  in un provvedimento di immagine, di marcatura ideologica, di omaggio al Privato, di demagogica valorizzazione delle scelte delle famiglie in vista di voti, di omaggio alle gerarchie ecclesiastiche più retrive, di assenza di cultura dello Stato e della scuola, che non risolve alcun problema, né della scuola pubblica, né della scuola privata.

Non è un caso che  i cattolici più seri abbiano preso nettamente  le distanze dal provvedimento, come Luigi Pedrazzi, cattolico liberale della rivista Il Mulino così come i laici alla Cacciari si siano dichiarati non insensibili a una discussione aperta.

La scuola non è terreno di colpi di maggioranze, c’è tutta una fascia di addetti ai lavori che vuole ragionare sulle questioni. Ma non si vede luce.


La pagina
- Educazione&Scuola©