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Reg. Tribunale Lecce n. 662 del 01.07.1997
- ISSN 1973-252X
Direttore responsabile: Dario Cillo


 

Integrazione dei disabili: le proposte della Fondazione Agnelli

 

I valori in gioco

Ha fatto scalpore la presentazione della ricerca promossa dalla Fondazione Agnelli sullo stato di salute dell’integrazione scolastica degli alunni con handicap, sia per l’autorevolezza dei proponenti (oltre alla Fondazione, che sta svolgendo una meritoria attività di ricerca sugli aspetti fondamentali della scuola italiana, anche la Fondazione Treellle, con analoghi intenti, e la Caritas cioè l’organismo di volontariato cui non mancano certamente i credits a favore della parte meno protetta della popolazione), sia per la puntualità e “lucidità” delle analisi accompagnata da proposte che –in qualche modo – si muovono controcorrente rispetto ad un certo diffuso “sentire comune”.

In sintesi, la tesi che gli estensori del Report sostengono è che l’integrazione scolastica dei disabili è ancora un fiore all’occhiello della scuola italiana, un valore complessivo per l’intera società, dunque da salvaguardare e mantenere, ma le concrete modalità di realizzazione di tale principio appaiono assai lontane da un efficace ed efficiente sistema di inclusione. In una emblematica tavola di raffronto tra le aperture (e le speranze) contenute nel mitico Documento Falcucci dei primi anni ’70 e le realizzazioni di oggi si possono registrare molte inadempienze e disillusioni.

Dunque, occorre ripensare a fondo il modo in cui la scuola (e l’intera comunità) si prende carico della questione, commisurare meglio costi e benefici, chiamare in causa una pluralità di soggetti (ivi comprese le famiglie ed il volontariato), perché un’integrazione, anzi, un inserimento, tutto gravato sulle spalle dell’insegnante di sostegno è improduttivo e finisce con lo smentire l’assunto di partenza di una vera inclusione.

 

La scuola “reale”

I dati sul fenomeno integrazione sono imponenti: oltre 200.000 allievi inseriti nelle classi comuni, ed una quota di ben 94.000 docenti di sostegno dedicati all’integrazione: a questo si aggiunge un dato stimato di circa 25.000 addetti (educatori, assistenti, ecc.) messi a disposizione dagli Enti locali, oltre allo sdoppiamento di classi, alla fornitura di servizi specialistici. Si tratta di circa il 10 % dell’intero budget a disposizione della pubblica istruzione italiana, ma non sono molte le analisi sulla qualità e sui risultati prodotti da questa spesa.

E’ pur vero che non ci si può avvicinare a questo problema con l’occhio ragionieristico dei “conti alla mano”, perché ci sono in gioco valori di civiltà e solidarietà assai profondi, e bene fanno i responsabili della ricerca a precisare che le eventuali modalità alternative di gestione dell’integrazione NON possono comportare una riduzione del quadro delle risorse attualmente impegnate verso i disabili, ma solo modificarne la composizione interna. Ci sembra una dichiarazione indispensabile per fugare il dubbio che una “riforma” dell’integrazione sia un ennesimo tentativo di ridurre le risorse a favore della scuola, come è recentemente avvenuto con il piano di attuazione della legge 133/2008 che ha comportato un drastico ridimensionamento dei servizi educativi (organici, classi, tempo scuola, servizi di supporto, compresenze) in grado di mettere in difficoltà anche il principio dell’integrazione scolastica.[1] Questa scelta preliminare ci fa dire che ci si muove comunque nell’alveo del riconoscimento “costituzionale” del principio dell’integrazione, che rientra ormai a pieno titolo in quei “livelli essenziali delle prestazioni” che dovranno essere garantiti in ogni territorio ed in ogni situazione, a prescindere dai vincoli di compatibilità finanziaria[2], in quanto espressione di diritti civili e sociali fondamentali.[3] Il come farlo nel migliore dei modi, questo invece può essere oggetto di riesame e di confronto sulle politiche fin qui realizzate.

 

Una diagnosi impietosa

L’analisi contenuta nel Rapporto parte da lontano, giustamente dalle scelte che furono fatte all’inizio degli anni ’70 in materia di integrazione e che trovano nella legge 517/1977 un significativo passaggio, poi ripreso ed ampliato nella legge quadro 104/1992 ed in successive statuizioni normative, come ad esempio la legge quadro sui servizi sociali, la 328/2000. Non si può dire che manchino le tutele giuridiche, ma questo non è indice sufficiente per parlare di una buona integrazione. Intanto l’apparato normativo ha portato ad un processo di burocratizzazione nella individuazione degli allievi disabili (attraverso la certificazione), con una incerta demarcazione tra i casi effettivi di handicap ed invece le più generiche difficoltà di apprendimento, quando non la deprivazione socio-culturale. Il fatto è che il numero degli allievi “certificati” negli ultimi dieci anni è letteralmente lievitato, passando dai 138.648 dell’a.s. 2001/02 ai 200.464 dell’a.s. 2009/10.

L’estrema varietà dei comportamenti “certificativi”, da una provincia all’altra, testimoniano di una incertezza nei sistemi di classificazione e ricognizione, e nascondono anche qualche comportamento opportunistico. La restrizione nel rilascio delle certificazioni, suggerita con il DPCM 23 febbraio 2006, n. 185 ha comunque accentuato l’effetto di medicalizzazione e non sembra aver reso più uniformi i comportamenti delle ASL. D’altra parte, lo stesso Report segnala che la dizione di “bisogni educativi speciali” non può essere contenuto in una diagnosi prevalentemente medica, perché si riferisce a categorie assai più ampie (ad esempio, i disturbi specifici di apprendimento, le dislessie, ecc.), che richiederebbero innanzi tutto un trattamento pedagogico.

La soluzione proposta è radicale: l’abolizione della certificazione come “pezzo di carta” avente l’effetto legale di “produrre” docenti di sostegno e affidare invece l’assegnazione delle risorse aggiuntive ad una valutazione di tipo tecnico-pedagogico. Le intenzioni sono più che buone, ma chiediamoci: se la barriera “legale” della certificazione è stata impropriamente oltrepassata con le regole attuali, cosa potrebbe accadere “liberalizzando” il riconoscimento della disabilità a scuola?

 

Per un “sostegno” diffuso

L’aumento delle certificazioni ha portato anche ad un forte incremento nell’assegnazione dei docenti di sostegno: un docente italiano su otto è un insegnante di sostegno. Questo è indice di attenzione mirata alla disabilità, ma anche foriero di molti equivoci. Intanto sulla funzione ed il ruolo del docente di sostegno, sulle cui spalle finisce con il ricadere il peso quasi esclusivo dell’integrazione, al di là del dato giuridico che comunque parla di “contitolarità” della classe[4]. Il fabbisogno inesauribile di sostegno, fino all’agognato rapporto 1:1 e oltre, segnala che forse non si mettono in moto tutti quei sostegni (al plurale, come afferma da gran tempo A.Canevaro)[5] che dovrebbero sostanziare l’idea di inclusione: i docenti di classe, innanzi tutto, i compagni, l’organizzazione dell’aula, le altre figure di supporto, il personale ausiliario, ecc. Da questa analisi esce rafforzata l’idea che più che la quantità del sostegno serve una regia intelligente di tutte le risorse potenzialmente disponibili per l’integrazione. Insomma, piuttosto che un sostegno generico sarebbe importante disporre di figure di alta specializzazione, una sorta di supervisore che predispone tutte le condizioni per una efficace integrazione, limitando l’intervento diretto sugli alunni. Questa ipotesi viene ufficializzata nel Rapporto, con la fissazione di una quota del 20% di docenti ad alta specializzazione per compiti di regia, mentre la restante quota andrebbe a costituire la dotazione organica di base (una sorta di organico funzionale di sostegno). Si intuisce, comunque, che tale quota dovrebbe ridursi nel momento in cui le funzioni di sostegno fossero distribuite tra una platea più ampia di soggetti (come abbiamo visto prima). In tal modo si potrebbero convertire generiche ore di sostegno in interventi a più alta qualificazione.

 

La “fatica” della cura educativa

E’ vero che l’area della docenza di sostegno si presenta oggi con forti problematicità: ampia presenza di personale precario, non pochi incarichi conferiti a personale privo di titolo di specializzazione, turn over “selvaggio” dovuto al meccanismo di assegnazione annuale fuori organico (deroga). Ben vengano proposte risolutive per stabilizzare e qualificare detto personale, ma sembra arduo immaginare una riduzione dei docenti compensata dall’idea del sostegno “diffuso”: in quasi tutti i casi di disabilità non siamo in presenza solo di problemi di natura apprenditiva e cognitiva (in questi casi le misure compensative adottabili in classe dai docenti di base potrebbero rivelarsi molto efficaci), ma anche di una “materialità” delle cure educative da rivolgere ai disabili: bisogni fisici (deambulazione, pulizia, alimentazione), tempi più abbreviati di attenzione, mancanza di autonomia, esigenze di interazione tonico-affettiva continuativa, ecc.

Dunque, non si può ignorare l’esigenza di una presenza supplementare di personale, che potrebbe anche non essere rappresentato da insegnanti nel senso classico: ma da educatori, personale assistenziale, volontari. Si tratta però di risorse non facilmente disponibili.[6] Inoltre, l’ipotesi nasconde una insidia, quella della privatizzazione della figura del sostegno o della sua estinzione in favore di soluzioni molto più precarie, come quelle prefigurate nella proposta di legge dei senatori Bevilacqua e Gentile, che va ben oltre l’idea di “esternalizzazione” del sostegno, che già molti Enti locali praticano per i loro servizi educativi, fin quasi a sconfinare nell’idea del “precettore” privato segnalato dai genitori.

La natura pubblica dell’insegnamento è un principio che non dovrebbe mai essere valicato, dunque l’attività curricolare non può essere privatizzata o delegata a soggetti operanti sul mercato. Anche le indicazioni della Caritas a proposito dell’apporto del volontariato, contenute nel Report, non si spingono oltre l’individuazione di un supporto integrativo e di facilitazione per le famiglie e non avvallano l’impiego in classe dei volontari.

 

Intuizioni e prospettive

L’analisi della Fondazione Agnelli sullo stato di salute dell’integrazione è certamente controcorrente, non fosse altro perché mette in mostra alcune crepe del sistema educativo italiano, che si vorrebbe celare, forse per non mettere in crisi l’intero impianto dell’edificio. Non molti giorni fa un autorevole rappresentante della maggioranza ha sentenziato che il tempo dell’inclusione è finito, e che la scuola deve preoccuparsi in primo luogo di merito e di eccellenza.

Ma a parte la diagnosi rigorista sul cattivo uso delle risorse, si fa apprezzare l’idea di un pieno coinvolgimento della comunità (famigliare, sociale, scolastica, professionale) nella presa in carico dei soggetti disabili, l’individuazione delle molte “pigrizie” che contraddistinguono il nostro sistema educativo (ad esempio, la denuncia di un preoccupante ritorno delle didattiche frontali e tradizionali, che certamente mettono a repentaglio le strategie di integrazione), la mancanza di raccordi effettivi tra i diversi soggetti che dovrebbero occuparsi dell’integrazione, l’enfasi sul sostegno come unica strategia didattica di fronte ai bisogni educativi speciali.

La proposta di costituire appositi centri risorse per l’integrazione suggella emblematicamente la proposta di un intervento più professionale (il centro dovrebbe aiutare l’aggregazione di effettive specializzazioni, a partire dai docenti di sostegno “master”), più condiviso (in quanto tale struttura dovrebbe essere lo snodo di molteplici competenze istituzionali e non), più equo (grazie alla capacità di leggere le situazioni ed assegnare le risorse effettivamente necessarie, cercando di elevare il “tono” della qualità del sostegno).

In uno scenario di crisi del welfare e di riduzione di tutte le strutture che dovrebbero aiutare la scuola ad uscire da un improduttivo isolamento (anche nel campo dell’integrazione), è apprezzabile lo sforzo di scommettere ancora sulle capacità progettuali, di ricerca, di formazione, della nostra scuola e degli enti locali, su un tema delicato e sensibile come è l’integrazione nella scuola di tutti, anche se la terapia proposta appare assai dolorosa e non immune da qualche rischio.

 

Loretta Lega



[1] Ad onor del vero va precisato che l’ammontare complessivo dei docenti di sostegno presenti nella scuola italiana non è stato intaccato dalle manovre finanziarie di questi anni, stando ai dati ufficiali comunicati dal MIUR (e che abbiamo già fatto oggetto di una precedente analisi: cfr. L.Lega, Il punto sull’integrazione scolastica, in “Rivista dell’istruzione”, n. 2, marzo-aprile 2011). In particolare, nell’a..s. 2010-11 risultavano in servizio ben 94.430 docenti di sostegno, a fronte dei 90.031 dell’anno precedente. Ma, appunto, questo dato non spiega di per sé la qualità dell’integrazione, che potrebbe essere messa in discussione, invece, dall’aumento del numero degli allievi per classe (innegabile), dalla riduzione del personale ausiliario (già operante), dalla quasi scomparsa della compresenza” (inserito in legge). Insomma, l’integrazione non si gioca solo sull’aumento del “sostegno”: questa è la tesi di fondo della Fondazione Agnelli e non si può non condividerla.

[2] Questo appare essere l’orientamento della Corte Costituzionale che nella sentenza n. 80/2010 ha considerato incostituzionale il tetto imposto dal legislatore alle deroghe per i casi di effettiva gravità, contenuto nella legge finanziaria per il 2008 (commi 413 e 414 dell’art. 2 della lege 244/2007).

[3] A.Poggi, LEP - Livelli essenziali, in G.Cerini, M.Spinosi, Voci della scuola, X, Tecnodid, Napoli, 2011.

[4] T.Nocera, Insegnante di sostegno, in G.Cerini, M.Spinosi, Voci della scuola, X, Tecnodid, Napoli, 2011.

[5] A.Canevaro, Dal sostegno ai sostegni, dal contesto ai contesti, in “Rivista dell’istruzione”, n. 2, marzo-aprile 2011.

[6] Il Rapporto presenta una tavola con i dati sulla presenza di personale di supporto educativo (educatori, facilitatori della comunicazione, assistenti, ecc.), che appaiono nettamente sbilanciati a favore delle regioni del nord.

 


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