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Reg. Tribunale Lecce n. 662 del 01.07.1997
Direttore responsabile: Dario Cillo


 

L’INTER-DISCIPLINARITA’ COME PARADIGMA DELLA CRISI
EPISTEMOCENTRICA  E FILOSOFIA

Luigi De Blasi

             

l. Disciplinarità, interdisciplinarità e presupposti epistematici

E’ J. Piaget  l’epistemologo che ha avuto il merito di precisare in modo rigoroso la definizione concettuale di interdisciplinarità, accettata ormai a mo’ di slogan dalle scuole di ogni ordine e grado. La posizione di Piaget, in base a L’épistémologie des relations interdisciplinaires, si esplica nella

«collaborazione fra discipline diverse o fra settori eterogenei di una stessa scienza (per addivenire) a interazioni vere e proprie, a reciprocità di scambi, tale da determinare mutui arricchimenti»[1].

 L’idea-guida si delinea nella direzione di un duplice piano: da una parte contenuti culturali inquadrabili in un ambito pluridisciplinare che non permette alcun arricchimento culturale. Contenuti configurabili nell’ottica multidisciplinare che consente di risolvere un problema attraverso l’ausilio di informazioni relative a più discipline che di fatto non conseguono un effettivo profitto, perché la sintesi non produce la nascita di un’altra disciplina più ricca e più globale.

Dall’altra, in ordine al secondo piano, l’interdisciplinarità attraverso cui si attuerebbe un processo interattivo tra più discipline garantito dal prestito e dallo scambio metodologico che consentono l’arricchimento culturale e scientifico. Come ultima elaborazione tra le relazioni disciplinari, la transdisciplinarità non si contenterebbe più di interazioni o scambi reciproci dal momento che il suo obiettivo sarebbe volto alla costituzione di un sistema strutturale senza frontiere stabili tra discipline.

La questione interdisciplinare nasce dall’esigenza di rettificare la prospettazione positivistica che, avendo assegnato legittimità solo al metodo descrittivo e alle singole discipline, non avvertiva la necessità di ulteriori interazioni concettuali oltre alla realtà del dato e della relativa disciplina. L’epistemologia ravvisa la necessità di superare la posizione positivistica, favorendo tutte le possibili interazioni disciplinari in base alla teoria «l’interdisciplinarità deriva da una ricerca di strutture più profonde dei fenomeni, destinata a spiegarli»[2]. Quest’ultima impostazione si  presenta come il modello teoretico più maturo e più profondo del pensiero, vantando un successo nella didattica e nella filosofia. L’interdisciplinarità è intesa come la conseguenza dell’impianto epistemologico che prevede, oltre ai dati fenomenici, l’esistenza di profonde strutture, forme di pensiero denominate anche strutture logico-operazionali: categorie cognitive, rivisitate per l’aspetto formale, in grado di spiegare e organizzare la diversità fenomenica attraverso procedure logiche quali la classificazione, seriazione, causa, tempo, ecc. C’è chi giustifica l’inter-disciplinare come una derivazione della interconnessione di strutture cognitive, ascrivibili alle stesse discipline: un processo che istituisce un rapporto tra la funzione logica e l’esplicazione della realtà. Un costrutto teoretico siffatto pretende che le discipline in sé debbano  riferirsi alla stessa organizzazione e ripartizione dell’intelletto. Non è un  caso che oltre Piaget, c’è chi come J. S. Bruner (che ha influenzato nel bene e nel male gran parte della didattica), che concepisce le discipline di studio come «non solo la conoscenza codificata, ma modi di pensiero, abitudini mentali, implicite assunzioni»[3]. Se il concetto di struttura è ascrivibile all’epistemologia, la tematizzazione circa il significato di profondo abbisogna di un approfondimento in un ambito, legittimamente filosofico e in parte fenomenologico. Le strutture cognitive (o i concetti operazionali) ereditate dalla tradizione del pensiero occidentale si presenterebbero già per se stesse interdisciplinari[4].  

Una struttura ha ragion d’essere in base ad una fase cognitiva, solo che la valenza conoscitiva per esempio la storia di una determinata civiltà deve servire non per una conoscenza specifica e rispettosa della sua unicità e irripetibilità, ma per una possibile connessione con strutture (relative ad altre civiltà esistite in un determinato arco temporale) che globalmente in-formano una struttura più ampia valevole ad estendere e rendere più articolato il livello scientifico. Stessa cosa deve avvenire con le discipline,  la cui connessione servirebbe ad elaborare interazioni strutturali sempre più inglobanti. Per quanto riguarda  il significato di ‘profondo’, tale concetto richiede un’analisi più dettagliata ed adeguatamente elaborata, in quanto un’indagine di questo tipo chiama in causa il problema del fondamento, per la cui messa a punto l’epistemologia strutturalistica risulta condizionata da presupposti teoretici.

Altro aspetto da ridiscutere riguarda il superamento della  parcellizzazione per mezzo di un'esigenza interna, come se le discipline avessero nel loro interno una finalità intrinseca[5] a superarsi  all'insegna di una teleologia e una potenzialità transitiva. L’interdisciplinarità come paradigma della sintesi tra singoli domini disciplinari, ricalca, teoreticamente, la dialettica hegeliana attraverso cui il sopprimersi delle [...] determinazioni finite (segna) il passaggio nelle opposte; la multidisciplinarità, così, segnerebbe la propria fine e il conseguente avvio alla interdisciplinarità grazie ad un'astrazione d'ordine concettuale, sintetico e teleologico. All'interdisciplinarità di livello sintetico, votata al superamento della disciplinarità, ne coesiste un’altra in grado di offrire non solo un ulteriore arricchimento culturale, ma anche l’autonomia disciplinare tramite una logica  rispettosa della trascendenza (l'interdisciplinarità) e dell'immanenza (lo specifico disciplinare) secondo l'assunto: la trascendenza è insieme immanenza.

Tuttavia, la duplice configurazione interdisciplinare abbisogna di essere  adeguatamente approfondita attraverso l’utilizzo di una ricerca che oltrepassi la teoresi epistemocentrica, al fine di dimostrare che la natura della sintesi strutturale è malferma e impraticabile in base alle seguenti congetture:

1)       l’interdisciplinarità comporta l’accrescimento di un sistema disciplinare, ritenuto più forte, nei confronti di altre discipline che nell’incontro assumono un’alterazione sia nei metodi, sia nei contenuti fino alla loro completa trasfigurazione; sotto tale aspetto, l’interdisciplinarità è una forma celata di mono-disciplinarità;

2)       l’interdisciplinarità cerca di correggere le anomalie costitutive delle discipline. Ogni singola disciplina tende a accrescersi a discapito di altre, inglobando e   invalidando il proprio e altrui impianto: il risultato è negativo, perché in fase di “scambio” ne deriva una mono-metodologia o un ibridismo di informazioni; 

3)       il fondamento su cui può poggiare l'unità non è di natura interdisciplinare;

4)       l’interdisciplinarità fa credere di porre riparo alla carenza strutturale delle discipline e alla bipartizione del pensiero occidentale (il peccato originale) che avrebbe sanzionato i due ceppi del sapere: il primo riguardante le scienze umane, il secondo le scienze naturali.

Per una possibile soluzione dei suddetti punti, è necessario riesaminare filosoficamente lo strumentario epistemico e interdisciplinare, giacché una messa a punto filosofica, oltre a garantire un taglio critico, può protendersi molto più avanti dell’attuale costituzione scientifica.

 

2. Contro l’assunto epistemocentrico

Il progresso inter-disciplinare non considera quel luogo da cui scaturisce l’indagine scientifica e verso cui può tendere l’effettiva unità del sapere. E’ questo l’orizzonte-limite che è stato dimenticato: il  “luogo” ove il dialogo fra le varie discipline ha preso storicamente corpo. Il distacco ha dato poi origine all’arroganza di ritenere credibile l’autonomia di specifiche branche scientifiche. Aristotele ha pensato all’ente in ordine ad una sua più tipica disciplina, ma nel considerare gli enti non poteva non pensare l’essere.

Il metodo di tagliare e ricucire il dato dipende dalla concezione gnoseologica che concepisce la realtà nella maniera di «presenza costante». Non solo, secondo l’assunto epistemologico, l'esperienza possibile è concepita come una condizione neutra e oggettiva, viceversa essa è legata ad un orizzonte o una veduta entro cui si collocano il modo di esperire, strumenti tecnici e teorici, che informano culture, giudizi di valore o la conoscenza in generale. La veduta  (l’orizzonte-limite) trattiene e rende visibile tutto ciò di cui si può aver competenza. Al di fuori di questo limite non ci è data un’obiettività delle cose, né strutture profonde. Nell’ambito della limitatezza di una veduta può aver senso la trascendentalità e su tale piano si pone anche ciò che ha a che fare con “l’esperienza possibile”, la cui condizione non include concettualmente un’esperienza tale da presentarsi come esperibilità in generale, in quanto ciò che cade nel mondo dell’esperienza sottende il modo attraverso cui si viene a rappresentare una certa forma esperienziale. L’esperire è ascrivibile sia ad un ambito interno, trattenuto dalla soggettività, sia ad un orizzonte esterno che produce il senso della condizione dell’esperienza: il modo con cui si esperisce. Per questo modo di intendere, l’esperienza non è un qualcosa di scontato, essa non dipende solo dalla attività sensoriale o dalle forme pure della percezione, in quanto il percepito, preliminarmente rientra in una apparizione trascendentale che oltrepassa la stessa soglia dell’esperienza soggettiva. La veduta (che qualifica un’esperienza possibile) può essere definita come spirito del tempo o nell’accezione più autentica dell’ereignis (M. Heidegger) come apertura di un accadere. Husserl arrivò a prospettare non solo un nuovo modo di esperienza e percezione di una cosa «un nuovo modo di esperienza, nuovo modo di pensare, di teorizzare»[6], ma anche un «implicito un orizzonte di modi di apparizione e di sintesi di validità»[7] e stare dentro un orizzonte significa essere trattenuti da una ‘veduta’. La veduta rappresenta il genuino senso della trascendentalità, in quanto  non si occupa di oggetti, ma di contenuti non necessariamente disciplinari. Il ‘modo’ di conoscere non denota un ente generico o neutro, ma un qualcosa che si viene a determinare. Il modo non dipende  da un intelletto puro, né dalla cosa e nemmeno dalle strutture profonde, ma dal modo-di-essere-trattenuti qui e ora. L’autentica trascendentalità è un dis-porsi nella direzione-nella-veduta che modella nel bene e nel male il nostro modo di conoscere. L’esperienza possibile si rende produttiva entro il luogo della conoscibilità e le teorie divengono attive e fruttuose all’interno di un percorso già tracciato, giammai teorie collocabili dentro differenti orizzonti (come avviene per la epistemologia) potranno mediarsi e comprendersi in maniera rigorosa e globale[8]. Il “modo in cui” non dipende da una questione metodologica, tantomeno epistemologica, ma dall’orientamento della metafisica. L’orizzonte entro cui si stabilisce la ‘verità’ dipende dalla methaphisica specialis  che consegna senso e significato agli enti nella loro specialità e specificità. Sulla natura della methaphisica generalis e sul suo intrinseco orientamento circa la tematizzazione del fondamento è bene sospendere (che non è un rinunciare) qualsivoglia teorizzazione a causa dell’inadeguatezza dell’uomo a pronunciarsi rispetto al problema della metafisica generale (Kant stesso dovette indietreggiare davanti alla metafisica della metafisica).

La trattazione dell’in-sé-indeterminato (methaphisica generalis) coincide con il non-detto, il non-ancora-pensato, pertanto una teoria scientifica non può avere la pretesa di estendersi al di là di ciò che le è consentito. Viceversa l’epistemologia ritiene costanti i concetti (strutture), indipendentemente dal loro manifestarsi, al di là dell’in-vedere. Il reiterato richiamo allo scambio, alla reciprocità denota la possibilità che una determinata struttura o impianto epistemico possa transitare anche da un campo, da un contesto temporale ad un altro, grazie al modo di intendere la ‘realtà’, pre-fissata da relazioni intrinseche.

La veduta ha una prefigurazione ontologica e si configura come insieme di oggetti e tecniche dentro la prospettazione di uno spazio e di un tempo,  attraverso cui i contenuti possono aver un certo senso. Qualsivoglia teoria della conoscenza è collocabile solo all’interno di una veduta e solo in questo sfondo uno strumentario scientifico può ‘informarsi’ di pensabilità e accessibilità.

L’essere-stato è un essere esautorato fino al punto di non poter significare più niente se non addirittura limitare la conoscibilità del dato in tal modo.

 

3. Rappresentazione e genesi dell’inter-disciplinarità

1. La rappresentazione della vita secondo un ordine inter-disciplinare sottende filosoficamente l’ammissione della soggettività[9] - presenza legittimata con il ricorso di un riferimento all’oggetto: una coesistenza tra elementi costanti, tramite una pregressa dimensione a-temporale, ritenuti ripetibili in funzione di una permanenza nel tempo - processo fondativo della coscienza (filosoficamente identificata con la libertà per il soggetto) e della oggettualità (scientificamente regolata dalla causalità e legge naturale). Il tentativo di unificare o meglio far dialogare il soggetto con l’oggetto stabilisce le strategie deputate alla sintesi: le discipline si presentano come mezzi per porre rimedio alla originaria contrapposizione soggetto-oggetto. Storicamente, la contrapposizione tra i diversi piani culturali tra pratico il teoretico segue un percorso basato su una divergenza di provenienza aristotelica tra etica e scienze dianoetiche. Successivamente, l'opposizione tra scienze nomotetiche e idiografiche ha portato alle estreme conseguenze la scissione tra natura-uomo e a tale separazione è seguita la scomposizione tra discipline naturali e umane. Da una parte quindi la regola, la legge, attraverso le quali si coglierebbe la l’oggetto-natura, dall'altra l'individualità, la singolarità valevoli a cogliere l'intrinseco significato delle scienze dello spirito non sottoposte a leggi, né a normative categoriali. Kant stesso, dopo aver diviso la Ragione in pura e pura pratica non fu in grado di risolvere tale ripartizione; alla domanda «come la ragione pura possa essere pratica»[10], replica, appellandosi al senso del mistero: un qualcosa di inspiegabile o meglio incomprensibile, anche se un’adeguata tematizzazione circa la natura del mistero lo avrebbe condotto ad intravedere la crisi della struttura stessa della sua Analitica[11]  

 

4. Questioni di metodo: dividere e unire all’insegna della sussunzione

     mono-disciplinare

1. L’epistemologia assegna allo scambio metodologico l’importante compito di ridurre e addirittura oltrepassare la separazione disciplinare, senza assegnare, preliminarmente, alcuna rilevanza alla genesi e alla natura del transito. Come esempio viene considerato il progresso della logica che si è potuta avvalere di propensioni centrifughe che sarebbero alla base delle stesse connessioni interdisciplinari[12]. La legittimazione di una possibile connessione tra settori disciplinari è offerta dalla teoria dei limiti della formalizzazione, riconducibile ai teoremi di K. Goedel. La teoria dimostrerebbe la non-contraddizione non con i propri mezzi, ritenuti più deboli se paragonati a quelli più forti inerenti ad altri sistemi scientifici. La non-contraddizione non compete il chiuso di un sistema, ma la relazione possibile tra strutture scientifiche più o meno complesse. Piaget avrebbe ravvisato le premesse della relazione interdisciplinare nei teoremi di Goedel secondo il quale ogni sistema assiomatico formale è essenzialmente incompleto. L’interdisciplinarità, quindi, pare essere connaturata alle stesse discipline a causa dell’impossibilità che un determinato campo scientifico possa da solo comprendere l’insieme di tutte le operazioni. Non si prende in considerazione che il presupposto piagetiano (riferibile a Goedel)  è inquadrabile all’interno di una stessa disciplina - la matematica - pertanto la non-contraddizione e l’estensione dei metodi e dei mezzi, per esempio, dell’aritmetica transfinita viene a stabilirsi per risolvere alcuni limiti dell’aritmetica elementare. L’aritmetica elementare rappresenta l’anello debole se confrontata all’aritmetica transfinita, ma in relazione a questo aspetto non si verifica alcuno scambio, in quanto una parte disciplinare per potersi completare abbisogna di un qualcosa di più ‘forte’; quindi trattasi non d’interdisciplinarità, ma di un’estensione di una metodica o di mezzi più complessi che surclassa ambiti più deboli, per tale motivo non si attua una vera connessione (scambio) tra i diversi settori[13].

 

2. Alla frantumazione degli enti e alla perdita "dell'in essere", si è associata, lungo il corso della storia, la scissione dell'uomo nelle paranoiche definizioni di "animale razionale", “animale sociale", "animale politico" …, un uomo che non sa più ritrovarsi se non attraverso alcune rappresentazioni configurabili a livello meramente scolastico più o meno di moda, che conducono ad arbitrari punti di vista. Tutto (Dio, la coscienza, il mondo) viene a trasformarsi in ente e per ogni cosa deve corrispondere la rispettiva disciplina. Di pari passo, alla scissione e classificazione frenetica dell’uomo visualizzato in molteplici guise si è apposta, nel corso della storia del pensiero occidentale, l’irruenza di differenti discipline a modellare l’ente-Dio secondo la specificità prospettivistica di un particolare impianto disciplinare. Tale prospettazione è la riprova della cattiva abitudine di una disciplina d’ordine umanistico o naturalistico ad oltrepassare il proprio ambito e imperversare prepotentemente. Non una intrinseca finalità votata alla mediazione, ma un voler essere di più, come dire una prepotenza dell’ente nei confronti di un altro ente e dell’essere stesso.

Stesso destino è toccato alla teologia che nella cultura scolastica ha cercato di surclassare altre scienze come la filosofia, la fisica, l’antropologia, facendole dipendere dal presupposto divino inteso come Ente sommo. L’ente anche se di sommo grado risultava concepito come oggetto di studio disciplinare (la teologia), cui si assegnava la facoltà di attraversare e presupporre qualsivoglia ambito disciplinare. In seguito, i domini scientifici come l’etica, la geometria, la matematica hanno generato una reazione, una sorta di vendetta, influendo o secondo il modello dell’etica (da cui è scaturito il dio morale - Kant) o in termini della filosofia razionalistica (con il concetto di dio sostanza - Cartesio), di  dio ragione (Hegel), dio geometra o architetto (Spinoza, Newton).

Si è assistito anche all’imperversare del metodo della geometria al fine di  inquadrare e regolare l’etica secondo princìpi deducibili dall’impianto geometrico sull’esempio di B. Spinoza o far derivare la costruzione della società, della politica, dell’etica da un modellamento ricavato dallo strumentario logico-postulativo: Hobbes, Rousseau, in parte anche Kant sono la prova dell’affermarsi di tale metodica. Se lo “scambio metodologico” consiste nell’informare altre discipline fino a farle dipendere da altre metodiche, allora bisogna entrare nell’ottica della metafisica da intendere anche come affermazione del formale (il metodo) per mezzo del quale la metodica formalistica surclassa la realtà stessa del dato.

 

3. Per ogni ente si è costituita una disciplina, una scienza, uno studioso, un ricercatore. Ma la monadizzazione è radicale, i soggetti disciplinari stanno di fronte l'un l'altro, tutti si cimentano sull’interdisciplinarità, ma come le monadi, senza porte e finestre, non si capiscono. Come per le monadi anche le discipline possiedono un quid metafisico: l’esigenza interna di raccordarsi, una loro intrinseca finalità. Addirittura, all’interno di una stessa disciplina si costituiscono altrettante, definiamole sotto-discipline e un esempio vale per tutti: la polverizzazione dell’antropologia in antropologia storica, sociale, filosofica, politica ecc. Ciò vale per la geografia che, lungo il corso del suo sviluppo ha subìto una vera e propria implosione fino ad occuparsi di tutto e di niente; come per l’antropologia, la Geografia si è ‘evoluta’ in geografia politica, economica … Le cose non vanno meglio per le scienze naturali, in quanto, anche in questo campo è possibile individuare la stessa quantità di suddivisioni.. Le sotto-discipline (discipline generate dalla disciplina-madre) all’inizio si manifestano in un rapporto di dipendenza nei confronti della disciplina-madre, poi si costituiscono in discipline autonome e successivamente avvertono una propensione ad inglobare altre branche disciplinari. Comunque, l'importante ‑ si sostiene da più parti ‑ è intendersi in modo interdisciplinare, cercando di convenire su una "valenza comune obiettivale", oppure una strutturazione unitaria o anche su un'impostazione metodologica, male che vada su una minima comunanza, considerato che un massima comunanza condurrebbe l'interdisciplinarità ad occuparsi di contenuti.

 

5. L'interdisciplinarità secondo:

1. l’inter logico

Si intende per logicismo l’uso spropositato della logica a sconfinare in altri ambiti disciplinari: processo, confuso con lo scambio metodologico e  interdisciplinare. Lo scambio è valido nella misura in cui attua un mutuo ricorso o soccorso tra  un dare e avere, mentre, si è constatato che lo scambio si con­verte quasi sempre in una spostatura a senso unico (mono-disciplinarità). Il destino della logica segue di pari passo il processo inglobante della matematica ad imperversare in qualsiasi campo scientifico. La matematica,  seguendo un filo conduttore iniziato da Platone, ebbe assoluta legittimazione soprattutto con il Discorso sul metodo di Cartesio per il quale le scienze matematiche, essendo in possesso di regulae del metodo, avrebbero le carte in regola per una totale applicazione nei diversi campi del sapere, in modo da poter permettere all’uomo di rendersi padrone e possessore della natura, logica, questa, simile a quella di Francesco Bacone che perviene, con una diversa applicazione del suo metodo delle tavole, ad un concetto di scienza come espressione della volontà di potenza, avente lo scopo di dominare la natura. 

Esiste un rapporto stretto tra logica e scuola: la logica si manifesta nel chiuso delle scuole platoniche soprattutto aristoteliche. Quando da parte ontologica viene ribadita l’identità tra pensare (logos) ed essere, si vuole sostenere che ad un certo punto il pensiero non può più riconoscersi come in sé e per se stesso, quindi autonomo nei confronti dell’essere. La logica pretende di prospettarsi come un pensiero in quanto tale, un pensiero che pensa il pensiero e non deve stupire la tensione di questa scienza a rappresentarsi tutto lo scibile dal suo punto di vista. Per tale aspetto, sembrerebbe l’erede diretta della filosofia, perché tutte le discipline possiedono un’impalcatura postulativa, razionale. Tuttavia, la sua supremazia trova un impedimento in relazione al primato, riconosciuto da molti pensatori, della ragione pratica - primato etico che vanta il diritto di indirizzare il pensiero verso fini più nobili e suggellarsi nel fine  che altre scienze dimostrano di non possedere. Nonostante l’interesse di Kant nei confronti della fisica, della logica, della matematica, il suo filosofare trova nel primato della ragione pratica il vero compimento, perché la ragione teoretica è priva di senso e significato (vano spettacolo).

 

2. l’inter  psicologico

Lo psicologia rappresenterebbe la base epistemica in ordine ai vissuti coscienziali nella dimensione situazionale, cui è impossibile sottrarsi: pena un pensiero alienante‑ato che pensa se stesso o le essenze pure. La tendenza della psicologia a dilatarsi chiarisce i presupposti dello psicologismo che, per quanto criticato, ha messo in evidenza l’egual diritto nei riguardi della logica di estendere il proprio punto di vista secondo un’unità sinte­tica, volta a convalidare una psicologia della storia, della logica, della conoscenza…. La psicologia avrebbe, quindi il sacrosanto diritto di assumere un ruolo di filiazione per qualsiasi ordine scientifico, tuttavia nessuno può mettere in dubbio il fallimento dei propositi psicologistici. La riduttività psicologistica anche se unificante ha di fatto comportato la caduta dell'intera impalcatura scientifica al soggettivismo non certo in grado di giustificare i progressi trascendentali di alcune scienze. E’ indubbio, comunque che una pur minima genesi psicologica possa tenere in briglia l'etereo linguaggio logico-matematico. Júrgen Habermas nel suo famoso libro Conoscenza e interesse, citando un passo degli Elements of logic di Peirce (la cui visione logica era contraria alla logica delle asserzioni di de Morgan) sostiene che, contrariamente a quanto si possa pensare, le forme logiche appartengono «anche dal punto di vista categoriale ai processi fondamentali della vita (e che) la logica formale non può essere troppo formale, essa deve rappresentare un fatto psicologico»[14].  Habermas intende dimostrare, nell'emblematico titolo del suo libro, che "Conoscenza e interesse" stanno in un rapporto diretto: un interesse dissacratore «della apparenza oggettivistica, secondo anche la teoria nietzscheana della dottrina prospettivistica degli impulsi»[15]. Tuttavia la propensione della psicologia a dilatarsi e a modellare qualsiasi processo genetico trova un limite nel momento in cui si cerca di tematizzare l’essere e tutto ciò che è ascrivibile alla filosofia trascendentale e alla metafisica. 

 

3. l’inter fisico-causativo

Si può parlare di interdisciplinarità quando l'unità viene a rappresentarsi con una sintesi di stampo positivistico? C. Lèvi‑Strauss, per esempio, attribuendo il primato metodologico ed epistemologico alle scienze naturali e esatte, uniche scienze capaci di istituire rigore e unità, afferma che

 

«non esistono da un lato le scienze esatte e naturali, e da un altro lato le scienze sociali e umane. (Ma) ci sono due modi di ap­proccio, di cui uno soltanto ha carattere scientifico: quelle delle scienze esat­te e naturali che studiano il mondo, e al quale le scienze umane cercano di ispirarsi quando studiano l'uomo, in quanto fa parte del mondo»[16].

 

Siamo di fronte ad un’unità mono-disciplinare nel cui ambito gli elementi disciplinari si uniscono in un unico sistema che pretende di definirsi scientifico. Il modo di approccio delle scienze umane ha un rapporto di sudditanza nei riguardi delle scienze naturali che risultano caratterizzate da una progettualità scientifica e sintetica. Il processo di unificazione e il carattere scientifico, così come intesi da Lèvi‑Strauss, implicitamente dipendono dal concetto di causalità, condizione perché si possa presumere un primato delle scienze naturali a livello metodologico ed epistemologico. La causalità permette alla molteplicità fenomenica di ra-presentarsi in modo consequenziale, rigoroso, trascendendo l'eccezione, l'accidente, le "cause accidentarie", "cagioni secondarie". Nella realtà fenomenica, un effetto è sempre scaturito da più fenomeni, che la scienza denomina "connessione causale multipla", ma che sarebbe più esatto definire fenomeni anticipatori. Bisogna tener presente che qualsivoglia riflessione intorno alla causalità non può non trascurare la fondamentalità della forma pura del tempo, in quanto chiamiamo causa ciò che, nell’ordine temporale, ha una relazione anticipatoria rispetto a ciò che si verifica posteriormente[17]

 

4. l’Inter  bioetico

In questi ultimi tempi si cerca di considerare la bioetica come scienza in grado di convalidare successi ottenuti grazie all’interdisciplinarità.

Risale agli anni ’70 la nascita della bioetica - designazione introdotta da V. R. Potter nel famoso libro Bioethics. bridge to the future - che per la maggior parte degli studiosi starebbe ad indicare una nuova materia di studio da definire nell’ambito interdisciplinare in cui si dispongono riflessioni etico-morali su questioni d’ordine medico, biologico e bio-medico. Gran parte dei testi pubblicati, aventi come oggetto d’analisi la bioetica, segue un unico punto di vista: l’interdisciplinarità ha dato i natali alla bioetica. Lo scambio  ha reso possibile il confronto tra medici, giuristi, biologi, psicologi, sociologi, teologi…, tante figure accomunate dal comune interesse nei confronti della vita che, per la prima volta nella storia della cultura, può essere visualizzata da «tutti i differenti strumenti disciplinari». All’interdisciplinarità è stato attribuito il compito di controllare la compatibilità tra diversi modelli culturali. La bioetica come esemplificazione dell’interazione tra svariati modelli scientifici e cultuali è in grado - si dice - di garantire continue trasformazioni, rispetto a categorie, princìpi etici, scientifici, criteri di giudizio, dovute allo sviluppo della bio-tecnologia. Gran parte degli ‘specialisti’ ritiene che la bioetica sia la riprova dei successi ottenuti grazie all’interdisciplinarità[18]. L’ottimismo dell’inter però è solo apparente, perché al di qua della nuova disciplina bioetica traspare il dominio dell’etica che si arroga il diritto di dispensare sentenze in merito a questioni che si riferiscono alla libera volontà di ogni essere umano e al concetto «della qualità della vita». Un’analisi più attenta porta a constatare la coesistenza di due etiche fondamentali: l’etica laica che riconosce soprattutto il senso comune o il principio (laico) di utilità di massimizzare il bene più ampio per il maggior numero di persone e l’etica religiosa che pone a fondamento della moralità il concetto di «etica della sacralità della vita» incentrato sul dovere di obbedienza a norme religiose. Di fronte a questa sostanziale differenza e opposizione, l’interdisciplinarità avrebbe nuovamente il compito (etico) di ricostruire la sintesi. In effetti, la bioetica, in modo indiretto, ha finito con l’offrire un rinnovato vigore solo all’etica che ora più che in passato si arroga il diritto se non addirittura il primato di stabilire regole comportamentali solo che essa non può assurgere a valori universali perché, filosoficamente improntata sull’empirico e quindi sul relativo.

La bioetica crede di presentarsi come sintesi di due opposti ceppi (scienze naturali e scienze umane). Il suo debutto è accompagnato da due posizioni principali, entrambe dipendenti dalla diversa configurazione dell’interdisciplinarità: una prima teoria tende ad inserirla nel filone tradizionale della biologia e soprattutto dell’etica che avrebbe, agli inizi degli anni ‘70, subìto un vero riconoscimento e sotto questo aspetto l’ethos rappresenterebbe una rivincita nei confronti del bios; una seconda teoria, invece, intende la bioetica come una inter-disciplina del tutto inedita tanto da rompere il cordone ombelicale nei confronti dell’etica e della biologia per elevarsi a nuove competenze. Rispetto a quest’ultima ipotesi, Jonas è il filosofo che è riuscito ad interpretare e ad approfondire l’orientamento di una possibile estensione dell’’inter.

Le premesse fondamentali di questa nuova scienza si incentrano sull’esigenza di mediare libertà, rispetto della persona con obiettivi della ricerca scientifica. Tuttavia il continuo rimando della bioetica alla religione, al diritto, alla politica e così via, lungi dal garantire un ulteriore arricchimento indica solo il fallimento, perché l’appellarsi ad altre materie di fatto testimonia la totale incompletezza che supera in quanto a contraddizioni sia l’etica, sia tutto ciò che ha a che fare con il biologico.

 

6. Dall’inter-disciplinare alla Filosofia

1.  La conoscenza si rende possibile attraverso un sistema di tecniche, di epistemi e di strumenti che rendono fattibile una certa apertura di un fenomeno. L'apertura, però, corrisponde alla stessa chiusura dell'oggetto, inquadrato in una dimensione di particolari determinazioni costitutive, attraverso parziali selezioni, tagli e analisi a partire dalla intenzionalità epistematica del ricercatore. Si conosce solo ciò che si vuole conoscere nel senso che l'oggetto è colto secondo una particolare falsificazione, funzionale alla conoscenza, tralasciando tutto ciò che concerne la dimensione profonda e problematica della realtà. Ci rimane da seguire un'altra strada, ossia un percorso che esplori possibilmente l’unità nell’incontro con la cosa, visualizzandola nell’in-vedere, entro cui l’ente viene a visualizzarsi nell’attesa,  pronto ad aprirsi nei diversi significati. Se ogni singola disciplina apre l'oggetto secondo una sola possibilità, e la conseguente interdisciplinarità indica solo l’"inter" di una sintesi formale di dati, solo nell’in-vedere  sarebbe possibile attuare ciò che Piaget auspicava: la rottura stabile delle frontiere. Si tratta di allargare la veduta, ridurre le idealizzazioni, disvelare ciò che di un dato ente viene a negarsi nella prospettiva disciplinare, senza che la possibilità non venga ad essere soppressa, ma meramente sospesa per ripresentarsi nuovamente secondo un’altra veduta che oltrepassi l’oggetto come essere-già-dato una volta per tutte. Oltrepassare, appunto, i limiti di una precostituzione, dovuta a speciali determinazioni scientifiche, ché possa essere garantito un nuovo rapporto con il qualcosa. Il qualcosa nella transitorietà fenomenica si può presentare secondo particolari specificazioni: come problema economico, sociale, logico, storico ecc.; tuttavia tutto ciò non esclude che la datità possa essere presentita, semplicemente come 'Problema' e basta. Un contenuto non si identifica con contenuto di pensiero, esso non si dà mai assolutamente, né per l'epistemologia, né per la psicologia, né per la logica, in quanto il qualcosa del fenomeno si traduce nelle possibilità di essere determinato secondo infinite congetture. Il  qualcosa del fenomeno è un  non-rappresentabile, non assolutamente individuabile, ma come dato non ha altro senso che quello di essere come si determina, ma nella determinazione esso si autocela non sopprimendosi, pronto ad informarsi per essere ancora tutto e niente. L’imperversare di una particolarissima veduta (che l’inter cerca senza successo di correggere) determina la conseguente chiusura nel biologismo, fisicismo, storicismo come se la realtà fosse strutturata su elementi di natura fisica, biologica, economica[19].

 

2. La filosofia, per la sua stessa storia, è la candidata privilegiata, preposta a risolvere la frammentazione delle scienze. Una filosofia aperta alla dialogia alla maniera di R. Rorty, un tipo di filosofia fondazionale, libera dalla pretesa di costituirsi in disciplina specialistica e sistematica[20]. In una condizione di disgregazione e di tecnicismo imperante,  chi se non la filosofia può esercitare un ruolo determinante di ricomposizione critica e rifondante? La filosofia, quindi, come il vero e originario luogo di confronto tra i cosiddetti saperi; la casa comune, in cui la cultura  può dimorare, ricomporsi e crescere nella più autentica libertà di ricerca, al di là dei saperi regionali. Una dimora di tutti e di nessuno. Non la scienza, ma la filosofia può far uscire l’inter-disciplinarità dalla condizione limitante in cui si è cacciata. Per questo bisogna concordare con la profonda riflessione di M. Heidegger, per il quale "la scienza non pensa", perché nella progressiva autonomia delle scienze è venuto a mancare il fondamento. Pensare per esempio a quella zona, ancora inesplorata che B. Russell denomina sostanza neutra: la parte della vita esperienziale non fisica e non psichica, né spirituale, né materiale. E. Husserl, seguendo una ricerca fenomenologia arriva ad una simile soluzione nell'evidenziare una zona anonima. A suo modo e a suo tempo, E. Husserl avvertì l’esigenza di una filosofia aperta ad inedite soluzioni e soprattutto libera da una costituzione fissativa della realtà, attraverso lo «sguardo del filosofo [...] veramente libero, libero specialmente dai vincoli più forti e più universali [...] dai vincoli dell’essere-già-dato del mondo»[21]

Si avverte l’esigenza di un nuovo clima culturale e intellettuale, un inedito sapere in grado di orientare il dato e il se medesimo verso un campo di ricerche neutrali, nelle quali le diverse scienze hanno le loro radici[22]. Un’area originaria, una specie di zona franca che appartiene a tutti e a nessuno. Realtà autentica, zona neutra, campo anonimo costituiscono il fondamento a-fondativo: una zona che si lascia fondare, altrimenti non avremmo la storicità e la scientificità, ma nello stesso tempo, non si identifica mai pienamente con il fondato scientifico. La ricerca fondamentale si presenta come un’indagine intorno alla problematicità del qualcosa posto tra l’essere e il niente, che si  dischiude in molteplici guise e nello stesso tempo ciò che si mostra gli appartiene (riguardo alle varie interpretazioni) ma anche in fondo non gli appartiene.

Il richiamo all’unicità[23], al fondamento, la critica alla dispersa molteplicità delle discipline (apparentemente mediate dall’inter) sono questioni che a suo tempo furono ben comprese da M. Heidegger, cui non sfuggiva la crisi dei presupposti delle scienze:

 

«i campi delle varie scienze sono molto lontani l'uno dall'altro. Il modo di trattare i loro oggetti è fondamentalmente diverso (e) questa dispersa molteplicità di discipline viene oggi tenuta insieme soltanto dalla organizzazione tecnica di Università e Facoltà, e ha un significato solo nella finalità pratica delle discipline particolari. Ma le scienze non sono più ormai radicate in una loro essenza fondamentale»[24].

 

Il modello di disgregazione dei saperi, come si è determinato nel processo storico,  ha prodotto una grave incomprensione fra le stesse materie scolastiche. Le discipline, invece, devono essere riviste in una diversa prospettiva fino ad attraversarle globalmente, facendole implodere all’interno del luogo naturale  in cui hanno dimorato: la filosofia.

 


 

[1] J. PIAGET, L’épistémologie des relations interdisciplinaires, in AA.VV., L’interdisciplinarité, pp. 141-144 (trad. it. in J. Piaget, J.S. Bruner et AL., Pedagogia strutturalista, Torino, Paravia 1982, cap. IV da p. 131). A differenza delle relazioni interdisciplinari, Le relazioni multidisciplinari si stabiliscono quando «la soluzione di un problema  richieda informazioni a due o più scienze [...] senza però che le discipline messe a profitto siano modificate o arricchite da quelle che utilizza»; la  transdisciplinarità  rende possibile «legami dentro un sistema totale privo di frontiere stabili fra le discipline». Rispetto all’interdisciplinarità è bene tener presente la seguente citazione, estrapolata da Le scienze dell’uomo «le tecniche acquisite in una scienza naturale 'possono essere' in grado di chiarire direttamente quello che era necessario costruire per risol­vere un difficile problema, fondamentale per le scienze dell'uomo» (J. PIAGET, Le scienze dell’uomo, Universale Laterza, Bari 1983, p. 81).

[2] Ivi (cit. J. PIAGET, L’épistémologie des relations interdisciplinaires,in AA.VV., L’interdisciplinarité, p. 142 (trad. it. in J. Piaget, J.S. Bruner et Al., Pedagogia strutturalista, Torino, Paravia 1982, p. 96).

[3] J. S. BRUNER, Il significato di educazione, Armando, Roma 1973, p. 41. 

[4] «[...]abbiamo elencato i concetti di classificazione, di seriazione, di causa [...] di tempo [...]. Tali strutture cognitive sono di per se stesse, interdisciplinari in quanto non ascrivibili a una particolare disciplina, ma operanti alla base esplicativa  di tutte le discipline» (F. DEVA, L’interdisciplinarità nella didattica della scuola elementare, (in “Scuola e Città” La Nuova Italia, 7, luglio 1988, p. 289).

[5] T. RUSSO AGRUSTI, Interdisciplinarità e Scuola, Le Monnier, Firenze 1976, p  44.

[6] E. HUSSERL, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Est,  Milano 1997, p. 179.

[7]Ivi, p. 186. 

 

[8] La differenza per esempio tra le teoria galileiana delle sensate esperienze e la teoria aristotelica per quanto riguarda la “caduta dei gravi”, risiede non sul metodo o su un progresso scientifico: non si può dichiarare più valida e più scientifica la teoria di Galilei, mentre si dovrebbe sostenere che tra Aristotele e Galilei intercorre un differente orientamento metafisico. L’ambito entro cui ha pensato Galilei ha reso possibile la scoperta di un certo indirizzo. Il nuovo metodo (sperimentale) si è reso attuabile grazie al modo di intendere l’esperienza, il cui concetto non dipende da una scelta arbitraria, né soggettiva, perché tutto ciò che cade nella sfera dell’essere-determinato è da intendere come verità essenzialmente legata ad una particolare forma di conoscenza, trattenuta da un orizzonte.

[9] La genesi della ‘soggettività’ non si identifica con la soggettività trascendentale (così come risulta nella fenomenologia husserleana)  che è la fonte originaria e fondativa, solo in parte assimilabile alle risultanze della Deduzione trascendentale della Critica della ragion pura, in cui Kant, nonostante la «l’oscurità della filosofia kantiana» avrebbe fatto solo rapsodicamente riferimento al «fondamento sottaciuto» e alla verità nascosta, riferibile alla soggettività anonima; nonostante la «difficoltà di capire che cosa sia propriamente la soggettività trascendentale» (E. HUSSERL, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, cit. pp. 143-145). Il ritorno alle cose stesse e alla soggettività (da non confondere con la visione antropocentrica ed egocentrica) sono la condizione fondamentale per comprendere la crisi delle scienze: di una scientificità che non sa rendersi conto delle cause che hanno comportato la crisi. Non solo le scienze naturali, ma anche quelle umane, che considerano l’uomo come oggetto, hanno dimenticato il senso e la loro autentica destinazione. La crisi delle scienze convalida la privazione del significato genuino del pensiero che si sottrae alla coscienza della soggettività  «che produce la validità del mondo, la soggettività che nelle sue continue attuazioni (Erwerben) ha sempre un mondo ed è sempre attivamente formatrice» (E. HUSSERL, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, cit., p. 179).

[10] I. KANT,  Fondazione della metafisica dei costumi, Laterza, Bari 1980, p. 106.

[11] La parte riguardante l’Analitica risulta nelle premesse malferma, in quanto la tavola delle categorie non può essere dedotta dalla tavola dei giudizi, il cui impianto risulta, secondo un autorevole interprete di I. Kant - M. Heidegger, incerto: «il carattere della [...]  tavola dei giudizi è del tutto incerto. Anche Kant esita nel definirla, la chiama ora “tavola trascendentale”, ora “tavola logica dei giudizi”. Così, sulla tavola kantiana dei giudizi sembra ricadere l'accusa mossa dallo stesso Kant alla tavola aristotelica delle categorie. Perché le categorie non solo non sono dedotte di fatto, ma non si possono assolutamente dedurre dalla tavola dei giudizi [...]» (M. HEIDEGGER, Kant e il problema della metafisica, trad. it. di V. Verra, Laterza, Bari, 1985, p. 56). Così sulla tavola kantiana dei giudizi sembra ricadere l’accusa mossa dallo stesso Kant alla tavola delle categorie di Aristotele.

      [12] J. PIAGET, Le scienze dell’uomo, Universale Laterza, Bari 1983, p. 254.

[13] Contro Piaget,  si può far riferimento a J. F. Lyotard che ritiene improbabile la possibilità di raccordare i diversi ambiti della conoscenza, sbriciolati nella molteplicità dei differenti giochi linguistici, anzi Lyotard, ideatore della filosofia del post-moderno, sembra giustificare la differenza o l’anarchia dei segni comunicativi.

[14] J. HABERMAS, Conoscenza e interesse, Laterza, Roma-Bari 1973, p. 124.

[15] Ivi, p. 289.

[16] C. LE’VI-TRAUSS, Criteri scientifici nelle discipline sociali ed umane ( in

    “Razza, Storia ed altri studi di antropologia”), Einaudi, Torino 1967, p. 288.

[17] L’idealizzazione principale consiste nel considerare la causalità come "viene di solito postulata" indipendentemente "dallo spazio e dal tempo", mentre «gli eventi, sono relativi al loro contesto spazio‑temporale» (M. BUNGE, La causalità, Boringheri, 1970, p. 237.

[18] A tal proposito, E. SOETJE, ne La responsabilità della vita, scrive «la bioetica si è sviluppata come ambito di riflessione etica avente però una caratteristica specifica: l’interdisciplinarità. In questa particolare area della riflessione etica applicata si sono riconosciuti coinvolti filosofi, medici, giuristi, biologi, sociologi, teologi morali accomunati dall’interesse [...] con l’apporto di tutti i differenti strumenti disciplinari» (E. SOETJE, ne La responsabilità della vita, Paravia, Torino 1997, p. 14).

[19] A tal proposito, G. Myrdal ne L’obiettività nelle scienze sociali, criticando le tradizionali demarcazioni nell’ambito delle scienze umane, è dell’avviso che non esistono fenomeni o dati economici, psicologici …, ma solo l’aspetto problematico per tutto ciò che per definizione si denomina mondo, giacché «nella realtà non esistono problemi economici, sociologici o psicologici ma soltanto problemi e che questi di regola sono complessi» e ancora «A un livello più fondamentale, queste ulteriori esperienze di ricerca furono apportatrici di un senso e di una razionalità più profondi, che trovarono la loro espressione in una crescente insofferenza verso quelle tradizionali demarcazioni che separavano rigidamente tra loro le discipline  della scienza sociale: demarcazioni che si erano sviluppate di fatto al fine puramente pragmatico di soddisfare le esigenze dell’insegnamento e quelle della specializzazione» (G. MYRDAL, L’obiettività nelle scienze sociali, Einaudi, Torino 1973, p. 9).. 

[20] «La filosofia può essere fondazionale nei confronti della cultura restante perché la cultura è la raccolta delle pretese di conoscenza , mentre la filosofia sottopone a giudizio tali pretese. Può fare questo perché comprende i fondamenti della conoscenza e trova questi fondamenti attraverso lo studio dell’uomo-come-soggetto-della-conoscenza [...]»; R. RORTY, La filosofia e lo specchio, Bompiani, Milano 1986 p. 7).

[21] E. HUSSERL, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, cit. p. 179.

[22] F. BOSIO, La fondazione della logica in Husserl, Ed, Lampugnani, Milano 1966. p. 53.

[23] Il continuo appellarsi alle radici, per Jaspers, si deve esplicare con la tematizzazione dell’essere «Cerchiamo di conoscere delle particolari informazioni, non per loro stesse, ma come via per giungere a quella unicità. Senza un riferimento all'intero dell'essere, la scienza perde significato. [...]. Uno è la nostra volontà di conoscere l'infinita varietà e molteplicità della realtà che sempre ci sfugge; l'altro è la nostra reale esperienza di unità che soggiace a questa pluralità» (K. JASPERS, Die Idee der Universität, Springer, Heidelberg-Berlin 1961 - trad. ing. The idea of University, London 1965, p. 38)

 

[24] Colloquio con M. Heidegger, Città nuova editrice, Roma 1972. p. 74.


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