Prima Pagina
Reg. Tribunale Lecce n. 662 del 01.07.1997
Direttore responsabile: Dario Cillo


 

Tempi difficili

di Antonio Stanca

Nel saggio “Dopo la fine” (Sulla condizione postuma della letteratura), pubblicato da Einaudi, il noto studioso e critico letterario Giulio Ferroni, autore, tra l’altro, di una “Storia della letteratura italiana” in quattro volumi, pure edita da Einaudi, intende dimostrare come dalla fine del ‘700 in poi è comparsa negli ambienti letterari, soprattutto occidentali, l’ossessione della fine e come essa sia “il riflesso di una serie di trasformazioni radicali che hanno messo ai margini la scrittura nel nostro sistema di comunicazione”. Il fenomeno, naturalmente, si è accentuato col tempo e col definirsi dell’attuale condizione individuale e sociale. In una società come la contemporanea, nella quale la funzione comunicativa è stata quasi totalmente assunta dai mezzi televisivi o in genere di massa, dai loro procedimenti per immagini, figure, effetti di luce, suoni, colori, da tutto ciò che può “compiacere i sensi”, era naturale che la scrittura, specie quella impegnata, letteraria, d’autore, d’arte, registrasse una sempre minore attenzione. La facilità veniva preferita alla difficoltà, l’ascolto, l’acquisizione passiva alla lettura, alla riflessione, all’impegno. A mancare non erano gli autori di letteratura bensì il pubblico, i lettori poiché attirati dalle infinite conoscenze comportate dalla modernità e dai modi più vicini, rapidi e accessibili da esse usati per diffondersi. In simile contesto, sempre più dinamico, frenetico e sempre più privo di spazi liberi, era necessario che la comunicazione si adeguasse al sistema, assumesse una qualità ed un aspetto tali da giungere a tutti, li facesse sentire protagonisti di quanto saputo, visto o sentito, ne permeasse i pensieri, i discorsi, avviasse un’immensa operazione di “omologazione” nella quale si sarebbero ridotti il tempo per la lettura e l’ interesse per i contenuti e significati di un libro. Elementi estranei, lontani sono divenuti ormai questi poiché diversi da quelli della più estesa cultura di massa che ha determinato, definito l’uomo moderno nei suoi atti, pensieri, umori, sentimenti fino a fargli diventare impensabile qualunque messaggio contrario alle nuove regole quale, appunto, il letterario, l’artistico, e qualunque azione impegnata a coglierlo. La nuova cultura ha fatto della vita una situazione di diffusa, immensa, perenne attualità dalla quale ha escluso ogni forma di tradizione compresa quella culturale: è un uomo, il moderno, che vive solo di presente poiché ha smarrito il passato, la storia e tutto quanto vi era connesso. Riflesso evidente di tale trasformazione è la scuola dei nostri giorni dove l’azione pratica, la tecnica tendono ad annullare l’attività di pensiero, osservazione, elaborazione e le discipline, letteratura, filosofia, storia, che la richiedono. Aumenteranno, pertanto, l’informazione, la conoscenza e si ridurranno l’attenzione, l’applicazione; crescerà il corpo e diminuirà lo spirito e basterà essere scrittori o poeti o filosofi o in genere intellettuali per rimanere esclusi dal contesto, basterà credere nella scrittura per diventare un eroe solitario. Tale era stato, tra fine ‘800 e primo ‘900, il letterato, l’artista decadente ma allora soprattutto per problemi di carattere morale ai quali ora si sono aggiunti altri. Allora egli aveva scelto di stare lontano dalla quotidianità, ora è stata questa ad allontanarlo: quella che era stata una vocazione è divenuta una condanna prima alla solitudine e poi al silenzio, alla fine. E’ come se la sopraggiunta cultura di massa avesse decretato che la scrittura, in particolare quella letteraria, non ha più niente da comunicare, non serve più essendo comparsi tanti altri motivi e modi per esprimersi, farsi ascoltare, informare, convincere, conoscere.

E’ finito il rapporto tra letteratura e storia, scrittura e società, durato per tutto l’Ottocento ed oltre, fin quando, cioè, l’arte era stata anche l’interprete degli umori ed istanze di un particolare momento della storia, della cultura, il loro riflesso, la loro sublimazione. Fino ad allora la scrittura letteraria, poetica o in genere artistica aveva attinto alla vita, l’aveva trasfigurata e proiettata in una dimensione superiore. Ora nella scrittura d’autore, nell’arte si esprime solo il singolo e non la collettività tramite lui: essa ha perso il carattere ideale, la funzione didattica, l’aspirazione universale e si è ridotta ad una voce isolata costretta, a volte, ad usare i mezzi propri di ogni altro prodotto per poter continuare ad essere. In tale confronto è destinata a perdere poiché, s’è detto, la parola scritta è stata ormai superata da quella figurata, colorata, sonora, visiva, il prodotto letterario da quello tecnico. La capacità di attrazione, suggestione, convinzione di questo è superiore e, di conseguenza, ha ridotto l’uomo ad un’espressione della tecnologia, ad un’immagine dei suoi sensi continuamente stimolati dall’esterno, ad un automa dalla vita riflessa e lontana da ogni interiorità, umanità, tradizione e da quanto, come la letteratura e la scrittura, poteva ricordargliele.

In tale situazione si è cominciato a parlare di nuovo umanesimo, del bisogno, cioè, di recuperare, ripristinare i valori umani più autentici ed i modi più adatti ad esprimerli e diffonderli quali quelli della scrittura letteraria ed artistica. Molto lontana appare, tuttavia, tale prospettiva e costretta a rimanere ancora per molto tempo limitata a pochi ambienti e personaggi. E’ una nuova figura d’autore quella che dovrebbe valere per una situazione quale la presente e futura e non è facile pensare di operare da umanisti in tempi così cambiati rispetto a quelli propri dell’umanesimo.


La pagina
- Educazione&Scuola©