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Reg. Tribunale Lecce n. 662 del 01.07.1997
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Un dispositivo che educa

 

L’autrice del libro, la professoressa Anna Rezzara, docente di Pedagogia generale e di Fondamenti della consulenza pedagogica nella Facoltà di Scienza della Formazione dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, nel volume Un dispositivo che educa. Pratiche pedagogiche nella scuola (Mimesis, Milano – Udine, 2009) porta in primo piano un aspetto dell’istituzione scolastica che negli ultimi anni pare stia passando in secondo piano.

L’educazione, infatti, prima della comprensione e dell’istruzione, è stata intesa da sempre come obiettivo fondamentale della scuola, come fine ultimo e principale di un’istituzione che, insieme con la famiglia, mira alla formazione dell’individuo e si identifica, dunque, come “agenzia educativa”.

La trasmissione delle competenze certamente ricopre un ruolo importante per la scuola, la quale deve, per propria stessa definizione, garantire la conoscenza di nozioni e sviluppare le abilità di base prima, gli strumenti culturali più avanzati e specialistici dopo.

Tutto ciò non può prescindere dall’educazione, intesa nel senso tecnico ed etimologico del termine – tirar fuori dal bambino, dal preadolescente, dall’adolescente quanto di intrinsecamente positivo esiste in ciascun educando.

Il libro in oggetto definisce le varie tappe del percorso educativo, relazionandole con l’età evolutiva del soggetto a cui è rivolta l’attività dello specialista.

Risulta importante la schematizzazione delle strategie da adottare e riveste un significato particolare l’analisi dell’“orientamento”.

L’orientamento nel corso degli anni è stato interpretato o sulla base di un modello “diagnostico e psicoattitudinale”, o in riferimento a un modello “informativo”; l’autrice propone una commistione dei due indirizzi, delineando un modello misto, considerando “che il compito dell’orientamento si giochi oggi tra il realizzare una formazione autenticamente orientativa e il curare l’aspetto informativo dell’orientamento”.

La funzione pedagogica della scuola, così, passa dalla didattica e dallo sviluppo delle competenze e arriva – attraverso le strette relazioni che si intrecciano tra scuola e vita, tra scuola e gioco, tra scuola e lavoro – alla comprensione dell’individuo nella totalità delle sue attività.

Così la dimensione della “progettualità” diviene l’aspetto fondamentale dell’orientamento e della pratica educativa: fornire al bambino e all’adolescente strumenti validi per la progettazione del futuro è la garanzia maggiore a cui la scuola può aspirare e investire nelle capacità proprie di ciascun individuo contribuisce non solo a sviluppare l’aspetto pedagogico e strettamente educativo dell’attività scolastica, ma anche a migliorare e a ben considerare le nozioni disciplinari frutto della didattica.

Indurre il giovane a conquistare la consapevolezza di essere responsabile del proprio futuro e della propria vita, infatti, costituisce il fine principale dell’orientamento educativo: “lavorare per l’orientamento significa creare le premesse e le competenze perché un ragazzo riesca ad essere e a pensarsi protagonista di un suo progetto, e questa è forse la più alta definizione possibile della funzione stessa dell’educazione”.

Valentina Zaffino


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