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Reg. Tribunale Lecce n. 662 del 01.07.1997
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La pace, la scoperta e la dimenticanza dei diritti umani: la diseducazione e l’educazione

 

Nel documento che precede il Preambolo alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che è del 1948, si legge che questa è proclamata dall’Assemblea Generale,  “a fine che ogni individuo e ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne…l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto…” Tra questi l’art. 28 riconosce, con altre parole, il diritto alla pace: “Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale, nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati”.

 

Non sono parole ovvie: chi di noi ha “costantemente presente” la dichiarazione? E chi di noi si sforza sul serio di promuovere il rispetto effettivo dei diritti attraverso l’insegnamento e l’educazione? Si badi che l’Assemblea generale dell’ONU non si rivolge solo ai docenti (che peraltro non si sentono, per lo più, destinatari di questo appello), ma a “ogni individuo o ogni organo della società”.

Sono, almeno per molti di noi, parole inaudite,  nuove e scomode, perché i diritti sono una bella cosa quando siamo noi a rivendicarli, ma diventano una cosa discutibile quando li rivendicano gli altri, che li fanno diventare in qualche modo nostri doveri.

 

Le guerre accadono perché, da una parte e dall’altra, si “dimentica” qualche diritto di qualcuno, e qualche correlativo dovere. Il problema allora è quello di riuscire a “ricordare” che la Dichiarazione segue la seconda Guerra Mondiale, e che è stata pensata perché non si ripetessero quelle follie. Le quali invece si sono ripetute, perché qualcuno continua a “dimenticare” i diritti o ha gli occhi talmente velati dall’odio e dalle ideologie da non riuscire neppure a vederli.

 

Si pensi alla deriva terroristica seguita al 1968, ai cosiddetti “anni di piombo”. BR e Prima Linea ritenevano di non poter convivere con i capitalisti e dichiaravano legittimo uccidere tutti quelli che a loro giudizio davano ossigeno al “sistema”. Per distruggerne l’ingiustizia, si uccidevano persone reali, per di più innocenti e pacifiche, con una freddezza che voleva essere “scientifica” e che invece era frutto di un tragico equivoco giacobino, o meglio dell’antico manicheismo. Nonostante la tragica falsificazione empirica della loro ipotesi e i pentimenti clamorosi degli ex terroristi che hanno cambiato testa e vita, qualcuno continua a non vedere i diritti e la realtà e a procedere ragionando su schemi falsificanti e uccidendo persone vive, come se fossero solo simboli di una battaglia navale fatta sulla carta. Gli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi insegnano che il fuoco brigatista non è stato spento, ma cova sotto la cenere

 

Perché Osama Bin Laden, pur con diversi presupposti ideologici e religiosi, alimenta tanto odio e concepisce disegni distruttivi tanto incredibili? Perché è riuscito a convincere tanti giovani a suicidarsi per uccidere? Bisogna distinguere le spiegazioni dalle giustificazioni. La comprensione e la distinzione fra i due livelli del discorso tocca alla cultura e all’educazione. E qui ciascuno mette in gioco le sue risorse e la sua morale.

 

E’ noto che i membri del governo afghano dei Taleban sono usciti da un certo tipo di scuola coranica, che ha fatto subire ai suoi allievi una sorta di lavaggio del cervello, con metodi che la pedagogia non solo occidentale ha squalificato da tempo. Se in quel contesto quei metodi vengono accettati, ciò dipende non solo dal contesto, e cioè dal grado di ingiustizie che quei popoli subiscono da parte del Mondo occidentale, ma anche dalla unilateralità del loro modo di pensare la fede islamica e le relazioni fra i popoli. Sicché al “pensiero unico” occidentale, basato sull’apparato scientifico-tecnologico e sul mercato globalizzato, si contrappone un ancor più unico pensiero, che si presenta come teologicamente alternativo. E l’infezione del conflitto israeliano-palestinese ha diffuso in buona parte del mondo il virus dell’ideologia violenta, di cui la strage dell’11 settembre costituisce la manifestazione estrema, mentre la guerra attuale di Israele contro Hamas, per indurre gli abitanti di Gaza ad interrompere lo sparo di missili in territorio israeliano, rappresenta un riacutizzarsi di tensioni mai sopite, alimentate da una indisponibilità ad una convivenza effettiva di due stati per due popoli.

 

Per molti islamici, il conflitto arabo-israeliano rappresenta una spina nel fianco, un’infezione che diffonde nel mondo il virus della violenza. E poiché il principale sostenitore di Israele è il Governo degli USA,  Bin Laden tenta di legittimare la sua “guerra santa” e di guidare la sollevazione dei musulmani anche dei paesi arabi moderati, sostenendo che gli USA sono la testa del serpente, il diavolo, distruggendo il quale si sarà finalmente liberi, padroni in casa propria, nei luoghi santi. Liberi, si badi bene, di imporre il volere dei capi religioso-politici, come è successo in Afghanistan, con la frusta e col mitra. Questa chiave di lettura semplificante affascina molti di coloro che si sentono mortificati, bombardati, affamati da situazioni complicate e intricate, frutto di dinamiche storiche non lineari, che però vengono messe tutte sul conto degli USA. A chi combatte il nuovo Satana, Bin Laden promette su questa terra l’aureola del martirio, la solidarietà economica e nell’altra vita il paradiso di Allah.

 

Possiamo chiamare educativa una catena di terroristi o una scuola di odio e d’intolleranza? Se guardiamo solo all’efficacia del proselitismo e alla costruzione di comportamenti prefissati, possiamo dire di sì. Se invece riteniamo che l’educazione è attività volta al pieno sviluppo della persona umana, nei suoi risvolti personali e sociali, intellettuali, etici e religiosi, dobbiamo dire che la strada che porta al terrorismo e all’autodistruzione distruttiva è il contrario dell’educazione, nel metodo, nei fini e nei risultati. E il Papa ricorda che, dove c’è odio, lì non ci può essere Dio.

 

Il portare qualcuno a diventare mafioso, terrorista, a promuovere il caos, non è educare, è il contrario dell’educare, è dis-educare. Invece di proporre dei valori da perseguire liberamente e con autonomia, la scuola del crimine esaspera l’odio, la sete di potere, l’illusione della liberazione definitiva dal male e toglie la libertà del giudizio critico, condiziona la testa delle persone, rendendo quasi impossibile il discernimento e la distinzione concreta fra bene e male.

Contro questa deriva sono mobilitate tutte le forze, per quanto limitate siano, che s’impegnano nella costruzione della pace, a partire dalle famiglie e dalle scuole disponibili, pur sapendo che altri s’impegna a fare il contrario. Hannah Arendt ha scritto che “l’educazione è il punto in cui si decide se amiamo abbastanza il mondo da assumerne la responsabilità”.

Amare il mondo non è obbligatorio. E’ semplicemente doveroso.

 

Luciano Corradini


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