PROMUOVERE O BOCCIARE?

Umberto Tenuta

  Alla bocciatura noi ricorriamo solo se essa costituisce, non il male minore, ma la soluzione migliore per assicurare il successo formativo all’alunno (B.S.)

Continua a porsi l’interrogativo "Promuovere o bocciare"?

Alle sicurezze che nel passato i docenti avevano ora subentrano sempre più le incertezze, i dubbi, le crisi.

Non è che manchino i docenti decisi a bocciare e quelli decisi a promuovere magari tutti gli alunni, indiscriminatamente.

Ma, in genere, sembra prevalere l’incertezza, il dubbio, l’esitazione, determinata soprattutto dalla presenza di una normativa che sconsiglia o addirittura vieta di bocciare.

Che fare, dunque?

Quale criterio tenere presente?

Al riguardo, si impongono alcune considerazioni di fondo, che riguardano, in particolare, l’orientamento formativo che la scuola va sempre più assumendo e gli effetti che la bocciatura può avere sui singoli alunni.

Innanzitutto, si impone la considerazione del carattere formativo della scuola, non solo della scuola dell’obbligo, ma anche del triennio finale della scuola secondaria.

Si prende sempre più consapevolezza che il compito della scuola non è tanto quello di selezionare coloro che possiedono determinate competenze, quanto quello di garantire il successo formativo a tutti gli alunni, promuovendo la piena formazione della loro personalità.

I giovani vanno a scuola per educarsi, per formarsi, per autorealizzarsi, acquisendo conoscenze, capacità ed atteggiamenti, ed il compito della scuola è quello di agevolare, favorire, rendere possibili i processi apprenditivi e formativi.

Favorire i processi apprenditivi significa che i docenti non sono indifferenti ai risultati: essi non si limitano ad organizzare ed a svolgere l’attività educativa e didattica, lasciando agli alunni il compito e la responsabilità dell’apprendimento.

Più che l’obbligo della frequenza, oggi si afferma il diritto all’educazione ed all’istruzione, che è diritto al successo formativo.

Al riguardo, il Regolamento dell’autonomia scolastica usa l’espressione <<garantire il successo formativo>>: il compito dei docenti è quello di creare tutte le condizioni che rendano possibile agli alunni l’acquisizione delle conoscenze, delle capacità e degli atteggiamenti che attengono alla loro alfabetizzazione culturale e soprattutto alla loro formazione umana.

In tale prospettiva, anche la valutazione va utilizzata come strumento per predisporre i percorsi formativi più idonei e più adeguati a garantire il successo formativo dei singoli alunni.

Come è ormai acquisito alla consapevolezza sociopsicopedagogica, il successo nei processi apprenditivi e formativi può essere assicurato solo a condizione che l’attività educativa si svolga secondo i principi più avanzati della ricerca metodologico-didattica. Da una parte, occorre privilegiare le strategie apprenditive più idonee, che sembrano essere quelle del problem solving (ricerca/riscoperta/reinvenzione/ricostruzione) e del cooperative learning, dall’altra occorre adeguare i percorsi didattici, oltre che ai livelli di sviluppo e di apprendimento, anche ai ritmi ed agli stili apprenditivi, che pertanto occorre fare oggetto di attenta verifica.

È necessario accertare se gli alunni hanno o non hanno appreso e da questa conoscenza muovere per comprendere che cosa non ha funzionato, per capire i motivi che hanno impedito agli alunni di apprendere, in modo da poterli rimuovere.

Se la verifica accerta che l’alunno non ha appreso il teorema di Pitagora, non ci si può fermare a questa presa d’atto: non basta sapere che l’alunno non ha appreso. Questo bastava nella scuola selettiva, che aveva come suo compito di verificare se gli alunni erano in possesso delle conoscenze previste per la loro ammissione alla classe successiva, ma non basta più nella scuola dell’autonomia, che ha il compito di <<garantire il successo formativo>>: garantirlo significa promuoverlo, favorirlo, renderlo possibile.

La valutazione non si limita a prendere atto dei risultati, non si limita a verificare che l’alunno non sa, ma si impegna a individuare, a ricercare, a scoprire perché l’alunno non ha appreso.

In tal senso, la valutazione diventa un’operazione complessa, rivolta a prendere in considerazione la molteplicità dei possibili motivi dell’insuccesso dell’alunno.

Preso atto che l’alunno non sa, ci si deve domandare il perché non ha appreso.

L’alunno non ha appreso perché l’insegnamento:

a) non è partito dai suoi livelli di sviluppo e di apprendimento?

b) non ha rispettato i suoi ritmi e stili apprenditivi?

c) non creato le motivazioni adeguate?

d) non ha utilizzato le strategie didattiche più idonee?

e) ha trascurato le attività di consolidamento?

Queste ed altre possono essere le cause della mancata acquisizione delle competenze.

Evidentemente, così impostata, la valutazione diventa un’operazione analitica, articolata, complessa.

Occorre capire perché l’alunno non ha appreso, in quanto da questa comprensione si può dedurre l’azione da svolgere. Una volta compreso perché l’alunno non ha imparato, è possibile assumere le decisioni più adeguate, anche in ordine all’ammissione o alla non ammissione alla classe successiva.

Tutto ciò che la scuola fa deve risultare funzionale al successo formativo. Anche la non ammissione alla classe successiva!

L’alunno non viene ammesso solo se si ritiene che tale provvedimento risulta utile a garantire il successo formativo. E risulta utile perché l’alunno:

a) non ha appreso, in quanto il tempo di cui ha potuto disporre non è stato sufficiente ed ha quindi bisogno di un supplemento di tempo non inferiore ad un anno (non basta un’attività di recupero all’inizio dell’anno scolastico successivo per colmare il debito formativo);

b) non ha appreso perché non si è impegnato. È questa la motivazione più frequente, ma al riguardo occorre domandarsi se la scuola ha fatto tutto quello che era necessario per creare le motivazioni. La motivazione non è un problema privato dell’alunno, ma fa parte dell’azione educativa e didattica: spetta ai docenti suscitare le motivazioni (Agli svogliati date uno scopo, ammoniva Don Milani);

c) non ha appreso perché non possedeva i prerequisiti cognitivi: in questo caso occorre domandarsi che cosa è stato fatto per assicurarglieli;

d) non ha appreso perché gli interventi educativi e didattici non erano rispettosi dei suoi stili apprenditivi: in questo caso, l’alunno non può essere chiamato a rispondere delle inadeguatezze didattiche.

Vi possono essere altre motivazioni, che vanno esaminate tutte, sempre in funzione della creazione delle migliori condizioni per assicurare il successo formativo.

In ordine alla mancata ammissione, occorre anche prendere in considerazione elementi del tipo:

a) come viene vissuta dall’alunno la mancata ammissione: essa diminuisce l’autostima e crea disagio sul piano relazionale?

b) la famiglia è contraria e quindi accresce il disagio dell’alunno?

Al riguardo, è appena il caso di evidenziare che il problema va visto soprattutto sul piano sociopsicopedagogico, ma non sono da trascurare anche le considerazioni di natura giuridica relativamente agli adempimenti che la scuola avrebbe dovuto attivare. Ad esempio:

a) la scuola ha verificato durante l’anno scolastico il mancato apprendimento ed ha attivato gli opportuni interventi individualizzati?

b) risultano documentate le iniziative di individualizzazione dell’insegnamento?

c) è stato reso partecipe il collegio dei docenti, tenuto ad esaminare i casi di scarso profitto, a norma dell’art. 4 del D.P.R. 416/1974?

d) sono stati resi partecipi i genitori?

La bocciatura chiama in causa responsabilità molteplici: della famiglia, della scuola, dell’alunno.

Vanno prese in considerazione tutte, non per mettere in moto atti di accusa, perché alunni e docenti non dovrebbero essere mai controparti, ma sempre compartecipi dell’impegno educativo.

La scuola fa parte del grembo educativo in cui il cucciolo dell’uomo completa la sua gestazione per nascere alla condizione umana, per diventare uomo, per autorealizzarsi.

I ritardi, la bocciature, le mortalità scolastiche sono sempre l’espressione di un insuccesso che riguarda tutti.