LE PROVE SCRITTE: LA FORMA E IL CONTENUTO

di Davide Leccese

 

Guai a cominciare una riflessione sugli Esami di Stato con l’espressione tardo-lamentosa "Ai miei tempi ….". Persino i docenti più giovani si arroccherebbero in un atteggiamento di sospetto, assumendo le difese accigliate contro un ritorno al passato.

Invece conviene proprio provocare un confronto perché – per quel che stiamo per dire – il passato ha molto da insegnare al presente: la forma e il contenuto delle prove scritte.

Allora: ai miei tempi era d’obbligo insegnare agli alunni la bella grafia, pretendere che la pagina fosse elegante, pulita, ordinata, senza macchie e correzioni. E dire che noi scrivevamo con l’inchiostro e il pennino e solo molto più tardi sono approdate sui nostri banchi le penne a sfera.

Veniva assegnato un voto specifico alla calligrafia e nessun alunno si permetteva di consegnare un foglio con abrasioni o "graffiti".

Oggi decisamente si è perso lo stile della forma: gli studenti scrivono come certi medici (ci perdonino questi nobili professionisti!); con facile ironia potremmo dire che i linguaggi dell’immagine hanno trasformato le consonanti e le vocali in disegni dell’astrattismo, perdendo la semplice ma indispensabile funzione comunicativa per la quale un segno significa un suono e un’idea.

Riconduciamo, quindi, con rigore gli studenti all’uso convenzionale della bella, ordinata e comprensibile grafia; pretendiamo che la copia definitiva della prova abbia una sua dignità d’immagine, intrinseca alla prova stessa e sottoposta al giudizio complessivo di valore dell’elaborato.

L’uso della macchina da scrivere, prima, e della tastiera del computer, poi, hanno disabituato l’uomo alla pratica dello scrivere; il che – senza drammatizzare – significa sicuramente un arretramento nelle abilità fondamentali dell’uomo che, attraverso il segno scritto, imponeva alla mente un percorso di riflessione molto più accorto, dignitoso e consapevole delle attuali procedure grafico-comunicative.

Se poi ci aggiungiamo il servizio di correzione ortografica, che alcuni programmi di videoscrittura assicurano, la pigrizia mentale accorcia le abilità attentive e riduce l’ortografia ad un effetto meccanico, di cui lo studente computerizzato sovente non si rende del tutto conto.

Scrivere bene, scrivere bello, ma scrivere anche rigoroso: qui il discorso si fa molto più complesso.

I nostri studenti usano un dizionario molto risicato, decisamente generico, con termini validi per tutte le occasioni. Basti pensare a quante volte ricorrono – in una pagina di tema – sia il verbo "fare" che il verbo "dire". I giovani non hanno le intonazioni a decrescere e a crescere dei verbi: fare – agire – manipolare, ecc. Il dire, poi, come sussurrare, gridare, esclamare, affermare non viene assolutamente curvato alle circostanze dichiarative della persona. Lessico povero, generico, piatto, persino banale.

Ai nostri tempi l’apprendere a memoria facilitava l’arricchimento di un lessico colto che – all’occasione – riaffiorava anche nel linguaggio comune. Ai nostri tempi si leggeva molto e la mente immagazzinava parole, frasi, modi di dire che, all’occorrenza, riemergevano dal nostro subconscio comunicativo e ci consentivano di essere appropriati nella lingua, per linguaggi specifici e per relazioni verbo/razionali, verbo/emotive di buon livello.

E’ tempo che la scuola ritorni – almeno in questo – ai quei tempi!



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