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Signori, io dis-sento
Handicap, stereotipi e individui

di FRANCO BOMPREZZI

 

Un fantasma si aggira per l'Europa: l'anno internazionale delle persone come me. Ossia delle persone con disabilità. Incombiamo come una minaccia, zombie che premono dai teleschermi all'ora di cena, con i nostri problemi minuti, con la nostra pretesa di vivere una esistenza normale. Bruttini da vedere, molto spesso. Con le mani avvinghiate a ruote smisurate di carrozzine che traballano su marciapiedi sconnessi. O con la testa che oscilla sotto gli impulsi incontrollabili di una spasticità, confusa ancora adesso con la mancanza di intelligenza. Oppure ancora con le pupille che vagano imbizzarrite, da destra a sinistra, di persone non vedenti che non portano più gli occhiali affumicati di un tempo, ma così turbano il quieto vivere di famigliole avvezze ai sorrisi della pubblicità ipernutrita. Per non parlare delle storie "vere" che intristiscono i rotocalchi, invadono i talk show, si espandono nei siti internet, provocando sensi di colpa, ma anche reazioni stizzite di legittimo egoismo edonista.
Siamo un esercito. È bene che lo sappiate, cari navigatori. Siamo tanti, di ogni tipo e qualità. Le statistiche si sprecano e si rincorrono, in una corsa al rialzo che sarebbe benefica solo per le Borse internazionali, se fosse trasferibile per incanto. Trentasei milioni in Europa, il cinque per cento della popolazione, dunque quasi tre milioni di persone in Italia, anzi no, parlano ora di cinque, addirittura sei milioni di cittadini. C'è chi azzarda senza ritegno: "siamo tutti disabili".

Io assisto a questo fenomeno mediatico non avendo ancora deciso se esprimere soddisfazione o disgusto. Vorrei emigrare in un'isola tropicale per i prossimi dieci mesi, e tornare alla fine del 2003, giusto in tempo per la celebrazione finale, l'apoteosi pubblica, che avverrà in Italia il 3 dicembre prossimo, in una singolare coincidenza con il semestre dell'Unione Europea affidato al nostro Bel Paese, e dunque con il presidente del Consiglio che (facendo gli scongiuri del caso) dovrà parlare di handicap e di disabilità, lui che non ha mai fatto mistero, fino a quando guidava solo le sue reti televisive, dell'assoluta contrarietà alla sola ipotesi di parlare e di mostrare l'handicap, realtà che avrebbero rattristato le famiglie, abbassato bruscamente l'audience, e dunque decimato gli introiti pubblicitari. Lo spettacolo è assicurato.
Devo dire che non ha tutti i torti. È meno ipocrita di altri. Come lui la pensano ad esempio tutti i grandi gruppi industriali del nostro amato Paese, che non hanno mai investito in campagne di comunicazione che in qualche modo prevedessero anche la presenza di questa rilevante fetta di popolazione. Un anziano in carrozzina ogni tanto può anche scivolare in onda senza che nessuno se ne accorga, ma una giovane ragazza paraplegica non riuscirà mai a pubblicizzare una marca di jeans, come avviene da tempo negli Usa.

Diciamo la verità. In Italia la cultura della disabilità è cresciuta come in un ghetto. Ci parliamo tra di noi. Io sono un giornalista, è vero, lo ammetto. E forse anche questo è un segno di disabilità. Ma mi accorgo che ogni volta che cerco di spiegare ai miei colleghi che cosa significhi vivere e convivere con un handicap, sono costretto a parlare a lungo, a citare esempi, a sviluppare argomenti, ad enumerare leggi, a raccontare aneddoti curiosi. Perché i miei colleghi, in fin dei conti, pensano che tutto sia risolto, che tutto vada bene.

Le barriere architettoniche? Ancora? Ma non sono state abolite per legge? Certo, le autostrade sono ingombre di quel simbolo idiota, quell'omino stilizzato che non muove mai un braccio, che non ha un'espressione ma soltanto un'enorme ruota. La parte per il tutto, si chiama metonimia, se non erro. Io sarei come lui? Ma mi avete visto? Barba grigiastra, capelli altrettanto, pancia prominente, gambe di lunghezza differente; sono una specie di puffo a rotelle, che da cinquant'anni si muove come può, senza mai rinunciare alla vita, convinto come sono che non posso fare altrimenti, e che questo è il mio destino, e che sarebbe stato assai meglio averne uno diverso, ma che, insomma, tutto sommato, poteva anche andarmi peggio.
Ma quell'omino stilizzato non lo sopporto più. Non mi rappresenta. È uno stigma che non accetto. La scuola? Ma non avete gli insegnanti di sostegno? Il lavoro? C'è il collocamento mirato. E poi avete i parcheggi riservati, i servoscala, i servizi igienici chiusi a chiave solo per voi, i congedi parentali, l'indennità di accompagnamento, le badanti, l'esenzione dal ticket, l'Iva ridotta sull'acquisto delle automobili e anche sul computer... Insomma, diciamo la verità: essere persone disabili, oggi, è quasi una fortuna. Discorsi che ho sentito, parole pronunciate senza scherzare, con convinzione assoluta, anche da persone assennate e colte.

Non è vero? Sto scherzando? Io temo invece che una larga parte dell'opinione pubblica stia pensando proprio che questa cosiddetta "fascia debole" sia fin troppo tutelata. Non a caso si comincia a far strada, proprio in questo magnifico e progressivo 2003, l'idea di ritornare alle scuole speciali, di favorire i laboratori protetti, le residenze assistite (una volta si chiamavano "istituti"). Insomma lo scarto fra le leggi e il senso comune, la differenza che passa tra il buonismo e la realtà dura "on the road", il paradosso di una società ipertecnologica che non è capace di fornire soluzioni intelligenti neppure per alzarsi dal letto, se si è soli in casa, mi sembra che stia diventando palese e palpabile, e richieda una riflessione obiettiva, globale, culturalmente accettabile.

Il dis-incanto (è curioso davvero come questo prefisso "dis" possa assumere valenze diverse a seconda del contesto) nasce in me dalla sensazione che la prossima stagione porterà alla ribalta la versione "business" della disabilità: ossia sul carro delle statistiche roboanti saliranno avventurieri e neofiti, furbacchioni e disperati, uniti dalla speranza di riuscire a trasformare il letame in diamanti (parafrasando De Andrè). Tre milioni di cittadini sono un target invidiabile per chiunque voglia mettersi in affari. Possono interessare alle assicurazioni, agli albergatori, ai venditori di ausili, ai costruttori di alloggi pubblici, ai fornitori di servizi, a chiunque sia convinto di avere la bacchetta magica per risolvere problemi che invece sono complessi e sfaccettati.
Non esistono le persone disabili. Esistono le persone. I singoli, ognuno con la propria realtà, le personali aspettative di vita, i differenti livelli di cultura e di censo.
Basterebbe, questo sì, applicare l'articolo 3 della Costituzione, che non prevede discriminazioni fra i cittadini. Ora si parla del trattato di Amsterdam dell'Unione Europea (articolo 13), ma la nostra cara vecchia Costituzione repubblicana avrebbe già tutto l'occorrente per garantire pari opportunità anche a chi, come me, ha sempre dovuto lottare "un po' di più", ha dovuto impiegare ogni giorno qualche ora di troppo per fare le medesime cose degli altri.

Quando ero più giovane avevo la curiosa ambizione di occuparmi, da giornalista, di tutto fuorché dell'handicap. Dicevo ai direttori: "È come se chiedeste alle colleghe donne di occuparsi solo di ciò che riguarda la condizione femminile". Mi hanno dato retta: ho fatto il capo della cronaca (al "Mattino" di Padova), e il capo dei servizi culturali, ma anche il cronista, agli inizi, faticando non poco, ma convinto di essere una persona normale, solo con qualche problema di mobilità in più. Allora (anni Ottanta) non c'erano molte leggi a tutelarmi. E io riuscivo tranquillamente ad andare allo stadio in tribuna centrale, magari facendomi aiutare dagli amici per salire qualche gradino; oppure andavo a teatro, senza essere relegato negli "spazi per voi disabili"; seguivo i concerti dei miei beniamini senza dover essere scortato da un "accompagnatore". Pagavo il biglietto, e mi sentivo libero. Oggi sono protetto, sono considerato una categoria speciale, ho timbri e certificati. E mi sento un po' più triste e meno libero.

Una via d'uscita? Usare il 2003 per rompere gli schemi e le barriere culturali, per aprire un dibattito trasversale fra culture impegnate nella difesa dei diritti di tutti. Essere disabile in Italia, oggi, non è la stessa cosa che esserlo in Sudan, o in Iraq, o in Palestina. Questo, semmai, è il nostro vero privilegio, del quale le persone disabili italiane spesso non si rendono conto, paragonando se stesse al modello americano (spesso enfatizzato, perché si dimentica che accanto a indubbi successi nel campo della mobilità, gli Usa presentano rispetto a noi problemi assai gravi di integrazione sociale e di assistenza sanitaria). Vorrei insomma un EuroDisabile meno convinto di dover accampare ulteriori diritti, e più impegnato a sostenere semplicemente la propria identità di persona, di cittadino qualunque, non sempre buono, non sempre gradevole. A volte, per fortuna, anche insopportabile.

 

Franco Bomprezzi, 50 anni, giornalista, responsabile editoriale del portale Inail dedicato al mondo della disabilità Superabile ha curato, su incarico del Ministro della Solidarietà Sociale il gruppo di lavoro su "Turismo, sport e cultura" in occasione della prima conferenza nazionale sull'handicap (Roma, dicembre 1999). Come scrittore ha pubblicato recentemente il romanzo La contea dei ruotanti (Il prato editore, Padova, 1999). Vive e lavora in carrozzina in seguito agli esiti di una rara malattia genetica delle ossa (Osteogenesi Imperfetta).


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