Prima Pagina
Reg. Tribunale Lecce n. 662 del 01.07.1997
Direttore responsabile: Dario Cillo


 

Rapporto sulle politiche contro la povertà e l'esclusione sociale

 

Per la prima volta negli ultimi 6 anni sono in calo le famiglie relativamente povere (oggi all'11%). Stabile la povertà assoluta (4,2%)

 

“Rapporto sulle politiche contro la povertà e l’esclusione sociale” per il biennio 2002/2003. Il Rapporto di 150 pagine corredate di dati statistici e tabelle.

Il testo è suddiviso in quattro parti: nella prima vengono analizzate le dinamiche e il panorama della povertà in Italia e le risposte politiche fornite nel biennio 2001-2002; la seconda parte è dedicata a una serie di approfondimenti (povertà relativa ed assoluta nel corso degli ultimi sei anni (1997-2002), segnali di disagio economico nel tenore di vita della famiglie, percezione soggettiva del disagio sociale, minori a rischio esclusione, contributo delle organizzazioni non profit al processo di inclusione sociale, tutela delle fasce deboli nell’ambito dei sistemi previdenziali attualmente in vigore in Italia, Germania, Regno Unito, Francia, Svezia, Stati Uniti, ecc.).

 

La terza parte illustra il contributo che il settore del non profit garantisce in termini di risposte all’esclusione sociale, mentre la quarta è incentrata sulle misure di tutela delle fasce più deboli della popolazione e su alcuni aspetti previdenziali.

 

La povertà è stata calcolata sulla base di due distinte soglie convenzionali: una “relativa”, determinata annualmente rispetto alla spesa media mensile procapite per consumi delle famiglie; e una “assoluta”, fondata sul valore monetario di un paniere di beni e servizi essenziali aggiornato ogni anno tenendo conto della variazione dei prezzi al consumo. Nel 2002 risulta povera in senso relativo la famiglia di 2 persone che ha una capacità di spesa media mensile pari o inferiore a 823 euro; la stessa famiglia è invece povera in senso assoluto se non può spendere più di 574 euro al mese.


Per la prima volta nel corso degli ultimi 6 anni le famiglie italiane relativamente povere sono diminuite in termini percentuali e assoluti: l’incidenza della povertà relativa è passata dal 12% nel 2001 (pari a 2 milioni 663mila famiglie) all’11% nel 2002 (2 milioni 456mila famiglie, cioè 207mila in meno). I miglioramenti si registrano nelle regioni del Centro-Sud, mentre al Nord si manifestano segnali di peggioramento specie per i nuclei familiari più numerosi e le famiglie di anziani. In ogni caso i nuclei al di sotto della soglia di povertà restano concentrati per i 2/3 nelle regioni del Mezzogiorno, con un’incidenza della povertà doppia rispetto alla media nazionale. Rimane costante invece, con media del 4,2%, il numero di famiglie povere in senso ‘’assoluto’’. I segnali di miglioramento tra il 2001 e il 2002 sono in parte il risultato di una congiuntura economica debole e in parte l’effetto delle politiche finalizzate allo sviluppo dell’occupazione, agli sgravi fiscali sui redditi delle famiglie, all’aumento delle detrazioni per i figli a carico, all’innalzamento dei minimi pensionistici per gli anziani ultrasettantenni, all’assegno per le famiglie con più minori, all’assegno di maternità, nota il Rapporto.

 

 

Povertà Italia (Istat03): povertà assoluta per ripartizione geografica: anni 1997-2002 (Incidenza in %)

 

1997

1998

1999

2000

2001

2002

Italia

4,6

4,5

4,8

4,3

4,2

4,2

Nord

1,6

1,7

1,4

1,6

1,3

1,7

Centro

1,8

2,2

2,6

2,7

2,3

2,2

Sud

10,5

9,8

11

9,4

9,7

8,9

Fonte: Ministero del Welfare "Rapporto sulle politiche contro la povertà e l'esclusione sociale 2002/2003"  su dati Istat, Indagine sui consumi delle famiglie 2001 e 2002

Il 14,8% delle famiglie con minori vive in condizioni di povertà e difficilmente è in grado di offrire un futuro migliore ai propri figli

 

“Ha mantenuto nel corso degli anni una incidenza superiore alla media la povertà dei minori, direttamente paragonabile a quella degli anziani. E l’elevata vulnerabilità dei minori “rende evidente la necessità di moltiplicare gli sforzi per prevenire le fonti del disagio – attraverso il sostegno al ruolo educativo delle famiglie e ad adeguate politiche dell’istruzione e del lavoro - oltre che per ripararne gli effetti”, commenta il Rapporto.


Nel 2001-2002 si contano 990mila famiglie povere in cui vivono dei minori e 1 milione 706mila sono i minori in stato di povertà relativa. Il 14,8% delle famiglie con minori vive in condizioni di povertà e difficilmente è in grado di offrire un futuro migliore ai propri figli. Quindi i minorenni “rappresentano un segmento della popolazione particolarmente esposto al rischio della povertà e della esclusione sociale, specie quando interrompono precocemente gli studi a causa delle ripetenze o dell’abbandono vero e proprio”, fa notare il Rapporto. Malgrado i miglioramenti, 4,6 studenti su 100 che frequentano la scuola media ripetono una o più classi nell’arco dei tre anni di corso; l’abbandono è particolarmente sensibile nel primo biennio della scuola secondaria, con un’incidenza complessiva del 12% degli iscritti al primo anno e del 4,9% degli iscritti al secondo anno.


Per quanto riguarda gli anziani, il testo riprende alcuni temi del “Rapporto sulle strategie nazionali per i futuri sistemi pensionistici” (predisposto nell’ottobre 2002 dal Governo italiano sulla base di una griglia concordata in sede comunitaria), approfondendo con alcuni confronti internazionali il problema della “tutela delle fasce sociali deboli nell’ambito delle politiche previdenziali”; in particolare, viene sottolineato “il diverso contributo dato al sistema previdenziale dalle famiglie con figli e senza figli; i rischi legati a un sistema di primo e secondo pilastro affidati al solo criterio assicurativo-contributivo; i problemi connessi alla progressiva riduzione del reddito pensionistico rispetto allo stipendio percepito (‘tasso di sostituzione’) in mancanza di un innalzamento dell'età pensionistica e di un tempestivo avvio delle pensioni complementari”.

 

Povertà Italia: linea relativa e assoluta di povertà
Per ampiezza della famiglia - Spesa media pro-capite 
(euro correnti per mese) - Anni 2001-2002

 

Povertà relativa

Povertà assoluta

Ampiezza della famiglia

2001

2002

2001

2002

1

489

494

373

383

2 (linea standard)*

815

823

560

574

3

1.083

1.095

795

815

4

1.328

1.342

1.007

1.032

5

1.548

1.565

1.269

1.300

6

1.759

1.779

1.462

1.499

7 o più

1.955

1.976

1.650

1.691

*Nel caso della povertà relativa una volta calcolata la linea standard, si applicano a tale soglia i coefficienti correttivi dati dalla scala di equivalenza al fine di ottenere gli analoghi valori soglia per famiglie con numero di componenti diverso da due

Fonte: Ministero del Welfare "Rapporto sulle politiche contro la povertà e l'esclusione sociale 2002/2003" su dati Istat "Indagine sui consumi delle famiglie 2001 e 2002

Le famiglie numerose (almeno 3 figli) hanno maggiori probabilità di essere povere

 

Le famiglie numerose (con almeno 3 figli) hanno la probabilità maggiore di essere povere, secondo quanto indicano le dinamiche di povertà relativa e assoluta nel corso degli ultimi 6 anni.

“Un certo deterioramento si rileva peraltro anche per le famiglie con meno figli a carico, pur mantenendo un rischio di povertà inferiore (1 figlio) o poco superiore (2 figli) a quello complessivo”, osserva la ricerca; invece le persone con la probabilità più bassa di essere povere sono i single – sia giovani che adulti, ma non gli anziani – e le coppie senza figli.


“Anche questi dati confermano la necessità di incrementare le politiche a favore delle famiglie con figli, sia mediante il sostegno al loro reddito, sia mediante servizi più capillari e flessibili”, sottolinea il Rapporto, precisando che, “anche se in via ordinaria, gli interventi fiscali svolgono un ruolo strategico nella redistribuzione del reddito tra chi sopporta maggiori carichi familiari”; tuttavia questi interventi “non coprono interamente il bisogno di protezione economica di chi è al di sotto della linea di povertà relativa e assoluta”. Alla maggioranza di queste persone è prioritario “fornire opportunità di formazione e di lavoro adatte alle loro condizioni di partenza, ma nell’immediato è anche necessario fornire un reddito di base”, attraverso le misure di “ultima istanza” che “pur essendo da tempo previste, stentano a decollare”.


Per indagare sulle aspettative e gli stili di vita di chi è o si considera povero, il Rapporto si è riferito alla rielaborazione dell’indagine multiscopo Istat relativa agli “Aspetti della vita quotidiana”, che fornisce le percezioni “soggettive” degli italiani in ordine al loro tenore di vita e alle cause ricorrenti di difficoltà economiche e sociali. Il disagio più avvertito da chi si considera povero è il quartiere di residenza, il suo degrado e isolamento. Nel 2001 si considerano povere circa 1 milione e 959mila famiglie, cioè il 9% di quelle residenti; tali nuclei familiari dichiarano che la propria situazione economica è soprattutto peggiorata (53,8%) o stazionaria (43,5%) rispetto all’anno precedente, mentre la maggioranza delle famiglie non povere forniscono valutazioni meno pessimistiche: il 71% dichiara di trovarsi in condizioni di stabilità.

 

Povertà Italia: povertà relativa per ripartizione geografica
Migliaia di unità e valori percentuali - Anni 2001-2002

 

Nord

Centro

Mezzogiorno

Italia

Migliaia di Unità

2001

2002

2001

2002

2001

2002

2001

2002

Famiglie Povere

534

537

363

289

1.766

1.630

2.633

2.456

Famiglie residenti

10.634

10.682

4.304

4.325

7.254

7.263

22.192

22.270

Persone povere

1.339

1.384

1.057

870

5.432

4.886

7.828

7.140

Persone residenti

25.593

25.668

11.061 

11.069

20.746

20.734

57.400

57.498

Incidenza della povertà (%)(*)

 

 

 

 

 

Famiglie

5,0

5,0

8,4

6,7

24,3

22,4

12,0

11,0

Persone

5,2

5,4

9,6

7,9

26,2

23,6

13,6

12,4

Intensità della povertà (%)(**)

 

 

 

 

 

Famiglie

17,5

19,3

17,8

20,0

22,9

22,3

21,1

21,4


(*) L’incidenza della povertà corrisponde al rapporto tra il numero delle famiglie con spesa media mensile per consumi pari o al di sotto della soglia di povertà e il totale delle famiglie residenti
(**) L’intensità della povertà misura di quanto in percentuale la spesa media delle famiglie definite povere è al di sotto della soglia di povertà

Fonte: Ministero del Welfare "Rapporto sulle politiche contro la povertà e l'esclusione sociale 2002/2003" su dati Istat "Indagine sui consumi delle famiglie 2001 e 2002

Le organizzazioni non profit attraverso la loro opera di ''sussidiarietà orizzontale'' danno grande apporto al funzionamento delle politiche sociali decise dagli enti

 

Quale contributo all’inclusione sociale viene fornito da quel vasto movimento della solidarietà organizzata rappresentato dal “terzo settore”?

 

Nella terza parte del Rapporto 2003, viene evidenziato che le "organizzazioni non profit" (associazioni, fondazioni, imprese sociali) attraverso la loro opera di sussidiarietà orizzontale danno un importante apporto al funzionamento delle politiche sociali decise dai responsabili della "sussidiarietà verticale" (Comuni, Province, Regioni, Stato).

 
Il primo censimento delle organizzazioni non profit condotto dall’Istat nel 1999 ha indicato che il loro numero supera le 221mila unità. Al settore non profit appartengono oltre 220mila organizzazioni e collaborano complessivamente circa 4 milioni di persone, per l’84% impegnate come volontari e per la parte rimanente regolarmente retribuiti per le loro prestazioni professionali. In termini di unità di lavoro standard, ricorda il Rapporto, “gli occupati nel settore non profit sono circa 580mila unità e l’insieme dei volontari equivale a 430mila unità; nel complesso gli addetti al settore non profit equivalgono al 4,6% dell’occupazione complessiva”.
La maggioranza delle organizzazioni non profit (86,9%) si basa prevalentemente su entrate di origine privata e solo una ridotta minoranza (12,9%) ha invece entrate di fonte prevalentemente pubblica, “a testimonianza dell’importante sostegno diretto che viene al mondo del non profit dalla società civile – sottolinea la ricerca, curata dalla Commissione di indagine sull’esclusione sociale -. Le istituzioni non profit esprimono e allo stesso tempo promuovono una nuova cultura della partecipazione e della cittadinanza societaria, che dimostra di saper assumere impegni e responsabilità dirette nei confronti della pubblica utilità”.

 

 

Rapporto sull'esclusione sociale. Saraceno ''Un lavoro pregevole, ma non nuovo; onesto ma velato. La riduzione della povertà relativa? E' un imbroglio''

 

"Mi sembra un lavoro grande e pregevole, ma non nuovissimo…”. Chiara Saraceno, sociologa, docente all’Università di Torino ed ex presidente della Commissione di indagine sull’esclusione sociale è persona quanto mai adatta a commentare quanto contenuto nel Rapporto presentato venerdì scorso a Roma. Un Rapporto che la stessa Saraceno definisce anche “onesto ma velato”.

 
“E’ strano che nessun giornale abbia dato notizia del Rapporto – precisa la sociologa – e che neppure i membri della Commissione nella loro totalità erano stati informati della presentazione… Insomma, non c’è stata notizia. Sempre per ciò che concerne il metodo utilizzato, mi sembra di poter esprimere apprezzamento per ciò che il rapporto sviluppa, ma non c’è stata volontà di stabilire una continuità con il lavoro del passato. Insomma, questo è un Governo che ha cancellato in generale 10 anni di lavoro, e la cosa che più mi dispiace è che non è stata mantenuta la necessaria continuità anche con il lavoro della stessa Commissione sull’esclusione sociale. Ciò che mi fa piacere, invece, è che sia stato affrontato il problema della povertà dei minori. Insomma, questo tipo di povertà appare come tema cruciale, e la scelta mi sembra opportuna”.

 
Cosa si è fatto o si sta facendo per affrontare il problema?


“Poco, e quel poco è stato sbagliato. Insomma, anche le politiche fin qui condotte, e mi riferisco non solo a questo Governo ma anche a quello precedente, hanno scalfito poco la povertà dell’universo minorile. Con Visco, per esempio, si era iniziato il discorso inerente le detrazioni fiscali, una scelta confermata nel presente. Ma non si è modificato nulla. E questo perché è peggiorata la situazione. Vale a dire: la misura di detrazione fiscale è legata al reddito, nel senso che sotto un certo livello di reddito non se ne può usufruire. Mi sembra una beffa!”.


Il Rapporto evidenzia una diminuzione della povertà relativa, così come si evince una stabilità di quella assoluta…


“Lo dico con grande chiarezza: è un imbroglio! E’ stato espresso come fatto positivo un fatto chiaramente negativo. Infatti, l’aspetto che non è stato messo a fuoco è che l’apparente diminuzione della povertà relativa è dovuta esclusivamente all’abbassamento del tenore di vita complessivo. Infatti, essa è calcolata proprio in relazione al tenore di vita medio. Ora, se questo si abbassa (e negli ultimi sei anni si è abbassato chiaramente), ecco che anche chi era relativamente povero può registrare un apparente miglioramento. L’Istat lo aveva già detto in una precedente rilevazione, ma in questo ambito la cosa è stata detta con un’enfasi ingiustificata. Per questo dico che è un imbroglio”.


In qualche zona del Paese la situazione non è rosea…


“Mezzogiorno a parte, ciò che colpisce e che appare più grave è il lieve aumento della povertà al Nord. In quel Nord, insomma, da sempre considerato ricco. Anche lì ci sono persone che entrano in situazioni a rischio, dovute a fattori molteplici come bassi salari, salari precari, giovani coppie, ecc… Ecco allora che anche nelle zone più ricche qualcuno diventa più esposto alla povertà”.


Si dice: maggiori difficoltà per chi è in affitto, per le giovani coppie. Ma la società sembra orientata ad una sempre maggiore flessibilità e mobilità in ambito lavorativo, con conseguenti difficoltà di risparmio, di accesso al credito, ecc… Che scenario si profila?


“Lo scenario non è allegro. Il Rapporto è al tempo stesso onesto ma velato, nel senso che enuncia i vari problemi ma non li raccorda e non li mette in relazione alle politiche adottate. Ciò che è criticabile di questo Governo, ma anche del passato per la verità, è per esempio che non si sviluppano ammortizzatori sociali all’altezza per supportare una sempre maggiore richiesta di flessibilità. Una politica capace e coerente dovrebbe capire che c’è bisogno di ammortizzatori. Cito l’indennità di disoccupazione, per esempio, per chi fa lavori precari e ad altro ancora. E invece mi sembra che si vada in direzione opposta.


A che si riferisce?


“Si critica il Reddito minimo di inserimento, poi si adotta un Reddito di ultima istanza che è addirittura peggiore, anche se strutturalmente presenta le stesse caratteristiche! E ancora: non si può dire di dare una casa alle giovani coppie, e poi si dice loro che dovranno essere flessibili a vita. Così come il bonus per il secondo figlio: a cosa serve? Si dice che la famiglia è una grande risorsa contro l’esclusione sociale e si danno soldi per il secondo figlio, poi si scopre che proprio i nuclei familiari con due o più figli sono più a rischio povertà! Rischio che è minore nelle donne sole con figlio a carico. Dunque, ciò che è deleterio e pericoloso è l’eccesso di responsabilità affidata alle famiglie con più figli, verso cui si fa ben poco”.

 

 

Povertà Italia (Istat 03): incidenza della povertà per tipologia familiare - Anni 1997-2001, valori percentuali

Italia

 

1997

1998

1999

2000

2001

Persona sola

11,2

10,0

10,1

9,3

9,0

Coppia

10,9

10,7

10,9

11,7

10,9

Coppia con un figlio minore

9,6

9,0

8,0

10,0

9,8

Coppia con due figli minori

14,9

16,5

15,4

15,9

15,3

Coppia con tre o più figli minori

24,4

26,7

26,1

26,0

25,1

Monogenitore con solo figli minori

13,5

9,6

11,0

11,4

12,2

Monogenitore con solo figli maggiori

11,0

11,9

14,3

12,7

12,5

Coppia con solo figli maggiori

10,2

10,9

10,7

11,1

11,0

Altre tipologie familiari con minori

16,8

16,3

18,1

19,4

19,6

Altre tipologie familiari senza minori

13,1

13,7

14,6

15,7

15,8

Totale

12,0

11,8

11,9

12,3

1,0

Fonte:   Ministero del Welfare "Rapporto sulle politiche contro la povertà e l'esclusione sociale 2002/2003"  su dati Istat, Indagine sui consumi delle famiglie 2001 e 2002

 

Povertà Italia (Istat 03): povertà relativa tra le famiglie con minori per ripartizione geografica - Anno 2001, migliaia di unità e valori percentuali

 

Nord

Centro

Sud 

Italia

Migliaia di unità

 

 

 

 

Famiglie con minori povere

146

122

722

990

Famiglie con minori residenti

2.650

1.192

2.651

6.492

Minori Poveri

242

190

1.274

1.706

Minori residenti

3.839

1.784

4.375

9.998

Composizione percentuale

 

 

 

 

Famiglie con minori povere

14,7

12,3

72,9

100,0

Famiglie con minori residenti

40,8

18,4

40,8

100,0

Minori Poveri

14,2

11,1

74,7

100,0

Minori residenti

38,4

17,8

43,8

100,0

Incidenza della povertà (%)

 

 

 

 

Famiglie con minori povere/totale famiglie con minori

5,5

10,3

27,2

14,8

Minori poveri/totale minori

6,3

10,6

29,1

17,0

Intensità della povertà (%)

 

 

 

 

Famiglie con minori

16,0

17,3

22,7

21,0

Fonte:  Ministero del Welfare "Rapporto sulle politiche contro la povertà e l'esclusione sociale 2002/2003" su dati Istat "Indagine sui consumi delle famiglie 2001 e 2002

 

Chi è Chiara Saraceno

Laureata in filosofia, è docente di sociologia della famiglia presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Torino. Direttrice del Dipartimento di Scienze Sociali negli anni accademici 1991-1998, attualmente è direttrice del CIRSDe - Centro Interdipartimentale di Studi e Ricerche delle Donne. Dirige il master in management delle imprese non profit. Fino al 1990, ha insegnato alla facoltà di sociologia dell'Università di Trento, dove nel 1989-90 è stata anche pro-rettore.

 È stata l'esperta italiana di un gruppo di ricerca dell'UNICEF su ‘Child poverty and deprivation in industrialized countries’. Stesso ruolo ha ricoperto nell'Osservatorio UE sulle politiche di lotta all'esclusione sociale (dal 1990 al 1994).

È stata fino al 2001 presidente della Commissione di Indagine sull'Esclusione sociale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e consulente del Ministro della Solidarietà sociale sui temi delle politiche contro la povertà e delle politiche per la famiglia; ha fatto anche parte del gruppo di lavoro che ha seguito la sperimentazione del Reddito Minimo di Inserimento. Ha rappresentato il Dipartimento degli affari sociali presso il working party on social policy all'OCSE e presso l'High level Group on Social Exclusion alla UE.
Fa parte della redazione e dei comitati editoriali di alcune riviste italiane e straniere, tra cui ‘Rassegna Italiana di Sociologia,’ Journal of European Social Policy, European Journal of Social Work ed ha pubblicato diversi volumi dedicati alle situazione delle famiglie in Italia. Tra questi ‘Separarsi in Italia’ (con M. Barbagli) e ‘Mutamenti familiari e politiche sociali in Italia’ il Mulino, 1998, Le politiche contro la povertà in Italia (con N. Negri) il Mulino, 1996 Vivere sole (con Achilli e altre) Franco Angeli, 1994, Sociologia della famiglia il Mulino, 1988 (nuova edizione ampliata, 1996).

 

 

Provengono da famiglie con basso status sociale e con scarse risorse economiche. Fotografa anche la realtà dei minori stranieri non accompagnati il Rapporto 2003

 

Provengono da famiglie con basso status sociale e con scarse risorse economiche, in cui nella maggioranza dei casi lavora solo il padre, oppure i genitori sono disoccupati o pensionati. E prima di loro altri familiari sono partiti in cerca di fortuna lasciandosi alle spalle “non solo società povere, ma sconvolte da conflitti endemici”.

 

I non accompagnati fuggono “da dure esperienze di lavoro poco remunerate, rari e per lo più insoddisfacenti momenti di svago, difficili, se non conflittuali, rapporti con il mondo degli adulti”, nota il Rapporto, ricordando che al Comitato per i minori stranieri tra il 1° luglio 2000 e il 30 novembre 2001 sono stati segnalati 14.834 minori, 7.011 dei quali sono diventati maggiorenni nel periodo considerato; le femmine costituiscono una minoranza (11,8%). Tuttavia “il numero non corrisponde all’effettiva presenza di minori non accompagnati perché una certa quota probabilmente non viene segnalata al Comitato, in quanto non nota ai servizi sociali”. I principali paesi di provenienza sono l’Albania, da cui giunge oltre la metà dei minori stranieri segnalati, il Marocco e la Romania; la maggioranza dei minori ha un’età compresa tra i 15 e i 17 anni. Le regioni da cui provengono il maggior numero di segnalazioni sono Puglia (dove spesso i minori vengono segnalati al momento dello sbarco), Lombardia, Lazio, Toscana, Piemonte, Emilia-Romagna e le regioni del Nord-Est. Circa il 20% dei risulta irreperibile in un momento successivo alla segnalazione. Al 30 novembre 2001 il Comitato per i minori stranieri non accompagnati aveva disposto provvedimenti di rimpatrio o di non luogo a procedere al provvedimento al rimpatrio per 236 minori, pari all’1,6% dei minori segnalati.


Attualmente il Comitato per i Minori stranieri “considera in genere come più rispondente al superiore interesse del minore l’opzione del rimpatrio, al fine di garantire il diritto del minore di vivere con la sua famiglia o comunque al suo paese”, riferisce il Rapporto. Questo orientamento, tuttavia, richiede di “predisporre politiche che facilitino questo rientro, sia tramite il rinforzo dell’opera delle agenzie di cooperazione allo sviluppo nel paese di rimpatrio, sia tramite la messa a punto di strategie educative in Italia che sensibilizzino il minore verso i legami familiari, la valorizzazione della cultura d’origine, l’apprendimento di competenze professionali spendibili nel paese di provenienza”.


La nuova normativa sull’immigrazione ha stabilito che il permesso di soggiorno per minore età è convertibile in permesso di studio, lavoro, accesso al lavoro al compimento dei 18 anni, “qualora non ne sia stato già disposto il rimpatrio, alle seguenti condizioni: arrivo in Italia almeno 3 anni prima; inserimento per almeno 2 anni in un programma di integrazione; disponibilità di un alloggio; regolare svolgimento di un’attività lavorativa o di studio o titolarità di un contratto di lavoro”, ricorda il Rapporto. Secondo le associazioni, l’ipotesi stabilita per i minori in affidamento di consentire la conversione del permesso solo a quelli entrati in Italia prima del compimento del 14° anno di età, comporta due problemi: “priva di prospettive gli altri minori sprovvisti di questo requisito, inducendoli ad abbandonare i programmi di inserimento e a rendersi irreperibili prima del compimento dei 18 anni; incentiva l’immigrazione di infraquattordicenni oggi non particolarmente rilevante”. Sarebbe quindi auspicabile che, al compimento della maggiore età, venga riconosciuta la conversione del permesso di soggiorno a quanti hanno partecipato a un progetto di integrazione sociale (scolastica, formativa o di inserimento lavorativo) o quando sussistano rilevanti ragioni umanitarie per la continuazione del soggiorno in Italia

 

 

Minori non accompagnati (03): distribuzione per cittadinanza

Cittadinanza

N

%

ALBANIA

1652

28,1

MAROCCO

1525

25,9

ROMANIA

1219

20,7

SERBIA MONTENEGRO

203

3,5

ALGERIA

158

2,7

IRAQ

105

1,8

CROAZIA

82

1,4

MOLDAVIA

67

1,1

TUNUSIA

63

1,1

BOSNIA ERZEGOVINA

61

1,0

AFGHANISTAN

54

0,9

TURCHIA

44

0,7

PALESTINA

41

0,7

ALTRI

609

10,4

Totale

5883

100,0

Fonte:  Comitato Minori Stranieri non Accompagnati Luglio 2002- Luglio 2003 

 

Minori non accompagnati (03): distribuzione dei minori per singola età 

ETA'

N

%

0

15

0,3

1

10

0,2

2

15

0,3

3

18

0,3

4

15

0,3

5

14

0,2

6

16

0,3

7

17

0,3

8

43

0,7

9

54

0,9

10

51

0,9

11

93

1,6

12

219

3,7

13

328

5,6

14

586

10,0

15

1369

23,3

16

2200

37,2

17

820

13,9

Totale

5883

100,0

Fonte:  Comitato Minori Stranieri non Accompagnati Luglio 2002- Luglio 2003

 

Alunni stranieri a rischio esclusione, tra loro più abbandoni e ripetenze. Gli italiani più a rischio: i maschi del sud iscritti alle professionali

 

Uno dei fattori di vulnerabilità per i minori immigrati è l’ingresso nella scuola, (“il principale strumento d’inserimento delle nuove generazioni di immigrati nel paese ospitante”), in particolare per gli adolescenti.

Sulla questione dell’insuccesso scolastico, gli alunni con cittadinanza non italiana promossi nell’anno 2000/2001 costituivano nella scuola elementare il 96% contro il 99% degli alunni in totale; alle scuole medie il divario si allarga ulteriormente, con l’88% di promossi tra gli alunni con cittadinanza non italiana contro il 96% degli studenti.

Tuttavia “il maggiore tasso di ripetenze e abbandono dovrebbe spingere le fonti ufficiali a condurre indagini su questo argomento”, nota il Rapporto, precisando che “l’appartenenza a un’altra etnia non può essere in maniera semplicistica considerata l’ennesima causa del disagio scolastico. Significativo è, ad esempio, che i preadolescenti stranieri intervistati manifestino difficoltà generalizzate un po’ in tutte le materie, persino in quelle che fanno di solito meno problema ai compagni italiani e soprattutto non comportano la questione della competenza linguistica, come ad esempio educazione fisica, musicale, tecnica. Evidentemente, a mettere in difficoltà non sono i contenuti ma gli stili di insegnamento e apprendimento, le regole, le abitudini, i comportamenti”. Per quanto riguarda la dispersione scolastica nelle scuole medie superiori di alunni italiani, corrono i maggiori rischi di abbandonare precocemente l’iter scolastico i maschi del Mezzogiorno, iscritti al primo anno dell’istituto professionale: fattori di vulnerabilità “costanti nel tempo, indipendentemente dalle leve scolastiche”, quindi si tratta “di un fenomeno strutturale su cui le politiche scolastiche debbono continuare ad intervenire”.
La presenza di alunni extracomunitari nelle scuole italiane è caratterizzata da un trend in continua crescita: nel 1997/98, rispetto all’anno scolastico precedente, gli stranieri nella scuola aumentano di oltre 13.000 unità per superare nel 1999/00 le 34.000 presenze in più rispetto all’anno prima, variazione replicatasi anche nel 2001/02. In quest’ultimo anno gli studenti di cittadinanza non italiana sono 181.767, con un incremento di oltre 3.000 volte dal 1993/84 a oggi; nello stesso periodo l’incidenza degli studenti stranieri su tutti gli studenti italiani è passata dallo 0,06% al 2,31%. Il livello scolastico dove gli alunni stranieri appaiono più rappresentati è quello della scuola elementare con 76.662 iscritti in complesso (pari al 42,17% del totale). Seguono la scuola media (44.219 alunni pari al 24,33%) e la scuola materna (36.823 pari al 20,26%). Alle superiori sono iscritti 24.063 studenti (13,24%), 5.708 in più (+31,1%) rispetto all’anno scolastico precedente; la maggioranza frequenta gli istituti professionali (42,53%) contro il 20,90% della popolazione scolastica totale; solo il 18,32% degli immigrati si iscrive agli indirizzi classico, scientifico e magistrale, contro il 36,38% totale. Appartengono a 186 diverse nazionalità, soprattutto Albania (32.268), Marocco (28.072), ex-Jugoslavia (18.577), Cina (9.795), Romania (8.804), ex-Russia (4.871).


Da alcune ricerche emergono 4 modalità con cui il giovane straniero entra in relazione con la società di immigrazione: “l’assimilazione di atteggiamenti e stili di vita occidentali; la mancata integrazione e l’adesione alla propria cultura in modo univoco; il pendolarismo tra le due culture che è tipico di chi sente di appartenere ad entrambe, di avere cioè un’identità plurima; il disorientamento”. Per quanto riguarda il primo modello (che si riflette soprattutto sui consumi), da una ricerca condotta sugli eritrei di seconda generazione a Milano risulta che una quota consistente aspira a frequentare l’Università o ad accedere a professioni libere; il secondo atteggiamento di “rivendicazione” e di “recupero dell’identità” si ritrova in alcuni simboli, come la valorizzazione della musica afro, della capigliatura rasta, dell’abbigliamento tradizionale o esotico, il ritorno al chador per le ragazze. Il terzo modello di relazione tra la seconda generazione di immigrati e la società ospitante - molto frequente - è quello del pendolarismo: una situazione non facile da portare avanti, in bilico tra due identità.

 

 

Povertà Italia (Istat 03) -  I Minori Immigrati a scuola: alunni con cittadinanza non italiana per continente e tipo di scuola
 a.s. 2001/2002 

Tipo di scuola

Continente

Dell'infanzia 

Elementare 

Secondaria di I grado 

Secondaria di II grado 

Totale 

 

V.A.

%

V.A.

%

V.A.

%

V.A.

%

V.A.

%

Ue

76

15,60

1.99

40,41

1.100

22,32

1.068

21,67

4.929

100,0

Non Ue

13.66

18,00

34.16

45,14

17.901

23,65

10.001

13,21

75.693

100,0

Africa

13.92

26,94

20.96

40,57

11.315

21,89

5.480

10,60

51.681

100,0

America

3.01

13,83

8.12

37,22

6.342

29,06

4.342

19,89

21.825

100,0

Asia 

5.45

19,92

11.30

41,29

7.482

27,33

3.138

11,46

27.374

100,0

Oceania e apolidi

3

14,34

11

43,02

79

29,81

34

12,83

265

100,0

Totale

36.86

20,26

76.66

42,17

44.219

24,33

24.063

13,24

181.767

100,0

Fonte:  Ministero del Welfare "Rapporto sulle politiche contro la povertà e l'esclusione sociale 2002/2003"  su dati Istat, Indagine sui consumi delle famiglie 2001 e 2002- MIUR/EDS

 

Povertà Italia (Istat03) - Minori a rischio: tassi di abbandono scolastico per ripartizione territoriale

 

Valori percentuali

Valori Assoluti

PRIMA

SECONDA

PRIMA

SECONDA

Nord-Ovest

12,0

5,0

16.096

5.758

Nord- Est

8,9

3,1

8.151

2.595

Centro

11,1

5,2

13.037

5.371

Sud

11,9

4,6

22.239

7.515

Isole

16,3

7,1

14.730

5.403

Totale

12,0

4,9

74.253

26.642

Fonte:  Ministero del Welfare "Rapporto sulle politiche contro la povertà e l'esclusione sociale 2002/2003"  su dati Istat, Indagine sui consumi delle famiglie 2001 e 2002

 

Disagio economico diffuso tra le famiglie in cui sono presenti anziani soli o in nuclei familiari in cui siano poco presenti redditi da lavoro

 

Il disagio economico appare diffuso tra le famiglie in cui sono presenti anziani (soprattutto donne) che vivono soli o in nuclei familiari in cui siano poco presenti redditi da lavoro. Infatti la quota di famiglie anziane a basso reddito “tende ad aumentare al crescere del numero di donne che vivono sole e della quota di nuclei familiari in cui vi è un solo reddito da pensione”; quindi le donne anziane sole concentrano in sé due fattori di debolezza: “il basso ammontare del reddito corrente e l’estrema difficoltà ad accumulare risorse. In genere, hanno redditi da pensione relativamente modesti, con redditi da capitale quasi assenti, poca capacità di risparmio e una maggiore probabilità di ricevere aiuti finanziari da parenti ed amici piuttosto che di concederli”.


Tra le famiglie a basso reddito circa il 12% è rappresentato da single anziani, di cui quasi il 90% è costituito da donne che vivono sole. A questo va aggiunto un 6% di coppie anziane. In complesso, il 26% di tutti i nuclei familiari a basso reddito ha un capofamiglia avanti negli anni. Nei nuclei con un anziano come capofamiglia si cerca di vivere del proprio reddito risparmiando allo stesso tempo: infatti “non acquistano beni durevoli, non chiedono prestiti né si indebitano, anzi sostengono finanziariamente i propri familiari più giovani, seppure per valori modesti”, riferisce il Rapporto. In oltre l’80% dei casi le famiglie più anziane vivono in una casa di proprietà loro oppure dei loro familiari; in quasi la metà dei casi “non hanno attività finanziarie in misura consistente e chi ha fatto tali investimenti ha scelto le modalità che più tutelano il capitale, cioè titoli di stato e quote di fondi di investimento”. E i problemi economici si fanno più pesanti quando la persona di riferimento ha oltre 70 anni.


Tra le famiglie più anziane, generalmente chi non ha attività finanziarie tende ad avere anche un tenore di vita mediamente più precario. Nei nuclei familiari anziani che possiedono attività finanziarie fino un valore massimo di 10 milioni di vecchie lire (poco meno della metà di tutte le famiglie con persona di riferimento settantenne), si assiste a un peggioramento di oltre il 30% del reddito, sia totale che equivalente, e di oltre il 20% del consumo rispetto all’intero aggregato degli ultrasettantenni. È dunque sensibilmente ridotta “la capacità di tali famiglie di fronteggiare l’incertezza economica sia attraverso le risorse finanziarie che patrimoniali. Il loro risparmio annuo è infatti di circa 5 milioni, il reddito da capitale è di fatto rappresentato dagli affitti imputati sulla casa di proprietà, le attività finanziarie raggiungono mediamente i 2 milioni, la ricchezza reale è rappresentata dalla propria abitazione che ha un valore di circa 130 milioni”. Se queste famiglie non si indebitano, difficilmente riescono però ad “affrontare emergenze finanziarie di una qualche rilevanza; possono solo trovare un qualche aiuto, seppure per somme modeste, nella cerchia di parenti ed amici”.

 
In conclusione, le famiglie anziane appaiono “particolarmente vulnerabili se risultano carenti, per ragioni diverse, i meccanismi di accumulazione patrimoniale costruiti nella precedente vita attiva”. Ovviamente questa categoria di persone è chiamata spesso ad affrontare “cambiamenti non sempre positivi, ad esempio legati alla salute: una dimensione che non può essere sottovalutata”.

 

 

 

Povertà Italia (Istat03) - Le famiglie con un capofamiglia anziano: i segnali di disagio per le famiglie di anziani; il divario dalla famiglia media anziana (numeri indici con base famiglia media = 100)*

 

Indice dipendenza

Reddito equivalente

Consumo alimentare equivalente

Consumo totale equivalente

Attività finanziarie

Valore abitazione

> 70 anni

106

95

96

95

105

87

A basso reddito

83

30

65

50

8

26

Con i conti in rosso

84

55

99

110

23

67

Monoparentali

101

114

105

97

138

79

Con un solo reddito da pensione

85

90

99

97

83

81

Con figli e reddito da pensione

54

64

95

91

52

88

Con sola pensione assistenziale

103

57

68

57

97

35

Con almeno un reddito da pensione assistenziale

109

78

85

77

82

73

Tutte le famiglie anziane

100 (=0,87)

100 (=50,1 mil.di lire)

100 (=8,7 mil. di lire)

100 (=31,4 mil. di lire)

100 (=187 mil. di lire)

100 (=237,4 mil. di lire)

(*)Nella presente tabella viene definita "una famiglia anziana" quella con il capofamiglia che ha un'età superiore ai 60 anni 
Fonte:  Ministero del Welfare "Rapporto sulle politiche contro la povertà e l'esclusione sociale 2002/2003"  su dati Istat, Indagine sui consumi delle famiglie 2001 e 2002

 

Disagio abitativo: alcune delle soluzioni proposte dal sistema del non profit

 

Tra le molteplici risposte del sistema non profit all'esclusione sociale, emergono alcune soluzioni a una povertà in crescita come la precarietà abitativa: si va da progetti di costruzione e restauro di piccoli alloggi all'offerta di garanzie di pagamento in affitto per immigrati o famiglie povere.


Nel campo del disagio abitativo, il terzo settore ha attivato le "Agenzie-casa", ad esempio, nate con la collaborazione di gruppi di volontariato e sindacati allo scopo di “costituirsi garanti degli inquilini presso affittuari poco disponibili a dare fiducia”. “Gli obiettivi delle agenzie-casa sono: realizzare attività di intermediazione immobiliare finalizzate a proporre percorsi trasparenti di acquisto o di affitto per immobili di valore modesto, da destinare a famiglie che vivono fenomeni di disagio abitativo; favorire un processo di orientamento/educazione dei soggetti impegnati nel reperimento dell’alloggio (famiglie straniere, privati, agenzie, banche, ecc.); promuovere soggetti giuridici autonomi, sul tipo della cooperativa edilizia, in grado di realizzare operazioni immobiliari a fini sociali (ristrutturazioni, acquisizioni, costruzioni, ecc.)”, riferisce il Rapporto. Tra le attività pratiche finora realizzate dalle agenzie-casa, l’avvio di servizi di accompagnamento all’acquisto e all’affitto, oltre al servizio di segnalazione immobili.
Cresce anche la partnership con gli enti locali “per l’individuazione delle priorità e delle congruità nell’assegnazione degli alloggi” e si diffonde l'utilizzo del patrimonio immobiliare della Chiesa. Numerosi anche i servizi e le strutture di accoglienza breve e temporanea per homeless gestite dal privato sociale, che presentano 4 diverse tipologie: il modello istituzionale/pensionato, “anche se in via di parziale estinzione”; le comunità-alloggio di media-grandezza, basate su vita e lavoro di gruppo per l'autofinanziamento; case-protette/case-famiglia, piccole strutture per l'accoglienza di particolari categorie in situazione di grave rischio; infine le strutture a bassa soglia, come i dormitori e i ricoveri notturni del pubblico e del privato sociale, dove vengono ridotte al minimo delle barriere burocratiche di accesso.
Il mondo del volontariato, inoltre, fornisce molte altre risposte alle forme più diffuse di “povertà” riconducibili a “indigenza economica; disoccupazione; sofferenza psichica; situazioni di dipendenza; conflitti familiari; malattia come fonte di fragilità sociale; solitudine degli anziani; isolamento dei disabili; esperienza del carcere; difficoltà dell’immigrazione; assenza di fissa dimora; vulnerabilità legata alla condizione minorile e giovanile”.

 

Disciplina delle locazioni e del rilascio degli immobili adibiti ad uso abitativo - Legge sulle locazioni

La legge introduce la nuova disciplina in fatto di locazioni. In questo contesto importante è la possibilità per i Comuni sede di università di promuovere degli specifici accordi locali per la definizione di contratti-tipo, rivolti a soddisfare le esigenze abitative degli studenti fuori sede. L’obiettivo è anche quello di regolare e calmierare il mercato locativo per gli studenti.

I proprietari che accettano di affittare degli alloggi utilizzando tali contratti, che sono di durata minore rispetto ai contratti ordinari (da 6 mesi a 3 anni, invece di 8 anni) hanno possibilità di accedere a tutta una serie di incentivi fiscali. In cambio i canoni di locazione devono essere contenuti all’interno di una banda di oscillazione stabilita dalle parti e che varia a seconda dell’ubicazione dell’appartamento, della superficie, della dotazione di mobilio e della durata del contratto.


testo completo


La pagina
- Educazione&Scuola©