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Reg. Tribunale Lecce n. 662 del 01.07.1997
Direttore responsabile: Dario Cillo


 

Resoconto - pensieri liberi – incontro CNEL

 

Caro Rolando, solo adesso riesco a risponderti.

 

Per  quanto riguarda l'incontro con la Sestini, non mi sembra che tu ti sia perso niente.

Non ha fatto altro che raccontare le cose che già sapevamo e che  sul libro bianco sono già illustrate con chiarezza.

E' incredibile come (la senatrice)  non riesca a vedere che i temi della natalità e della famiglia  

- ammesso che siano i problemi da cui partire - non possono essere affrontati senza una  rilettura critica delle politiche sociali  - del loro divenire - e prima ancora dello stato di gestione dei servizi sociali nel territorio. Non riesco a capire come ci si  possa illudere che il problema della famiglia e della natalità sia un semplice problema di trasferimenti monetari e di agevolazioni fiscali. 

Un libro bianco sulle politiche sociali o sul welfare, secondo me, dovrebbe non soffermarsi su due questioni (anche se centrali, ma il problema della natalità per me è fuorviante) ma dovrebbe ridisegnare tutta l'architettura delle politiche sociali, individuando  i dati

- della domanda sociale

- dei servizi offerti e loro tipologia

- delle loro titolarità e del metodo di finanziamento

- del grado di soddisfazione e dei problemi rimasti aperti

e individuando le emergenze  che sollevano.

 

La non autosufficienza  è una di queste e tra le più gravi. Ma perché non andare a vedere il vero motivo per cui le famiglie o il singolo individuo rimangono isolati di fronte al giungere della non autosufficienza? Perché risolvere il problema in un quadro di nuova  “copertura assicurativa” piuttosto che in un quadro di rilettura critica dei servizi che già dovrebbero essere assicurati nel territorio? (di natura sociosanitaria, socio-assistenziale, relazionale)

Perché non vedere il problema della non autosufficienza (di anziani ma anche di giovani persone) come  il sintomo della non compiuta (non voglio dire fallimento) rete di servizi che ogni comunità dovrebbe avere in ogni territorio.  Gli stessi servizi  (e prima di tutto le stesse politiche) che dovrebbero  dare risposta  alla domanda di integrazione (nella scuola, nel lavoro, negli ambienti di vita sociale)  alla domanda di progetti di vita, alla domanda di nuovi servizi per il rafforzamento della vita nella collettività e della stessa comunità. Perché non vedere tutte queste domande che vengono dalla società nel suo insieme e dalle sue singole componenti? Perché non chiedersi quali opzioni  (e quali spese) la nostra società è disposta a compiere?

Certo, la risposta l’abbiamo già davanti agli occhi, con il “Titolo V” e con il “federalismo” che ne è la causa. La risposta continuiamo a riceverla giorno per giorno, ascoltando le richieste di mantenimento a sé del proprio reddito prodotto (nelle regioni ricche) e di mantenimento dello status quo  assistenzialistico  (nelle regioni povere).

 

Se noi ancora ci chiediamo se servizi fondamentali come quelli dell’assistenza domiciliare o personale debbano essere sostenuti dalla fiscalità generale o da contribuzione previdenziale o da nuovi rapporti assicurativi (obbligatori o meno)  siamo lontani dalla definizione del senso della nostra società e del perché continuiamo a definirci società.

Vedi, il problema non è come si organizza la risposta (con servizi gestiti direttamente dalle strutture pubbliche, con le imprese sociali, con il volontariato, pagando lautamente il privato o concedendo ricchissimi voucher alle famiglie per metterle in condizione di acquistare servizi di qualità o anche – possiamo azzardare – con l’accoglienza in strutture residenziali[1] che siano veramente rispettose della persona e non suscettibili di soffocare tutte le sue capacità di espressione  e di relazionalità).

Il problema è che questo servizio è ancora visto come un’opzione proponibile in una società opulenta  e non come una fondamentale garanzia per qualsiasi società (che non sia quella degli animali della savana, che lasciano che i loro vecchi  si allontanino dal branco per morire indisturbati o che si allontanano dagli animali feriti e malati per evitare che i predatori colpiscano anche loro).

 

Siamo lontani dal definirci società se pensiamo che gli asili nido, l’assistenza domiciliare, la scuola, la formazione, il sostegno alla socialità, per non parlare del sostegno al lavoro siano questioni che possono essere affrontate solo dopo aver risolto il problema dei “nuovi contribuenti” che con la denatalità oggi vengono a mancare.

 

Siamo lontani dal conoscere i nostri simili se pensiamo che il problema della natalità si possa risolvere con pochi spiccioli, senza aver dato alla singola persona ed alla coppia una fiducia nell’avvenire e il senso di vivere in una  comunità solidale, in una “società amica”, che comunque vadano le cose non ti lascia solo, non ti abbandona.

 

Il  libro bianco, forse, avrebbe dovuto fare una foto dell'esistente, individuando

ü      Attori sociali ed istituzionali coinvolti

ü      responsabilità politiche e responsabilità gestionali

ü      Senso delle politiche sociali adottate e loro contraddizioni

ü      risorse in campo o coinvolgibili (istituzionali e sociali)

ü      risorse finanziarie: fonti  e criteri di distribuzione

ü      metodologia del lavoro di rete

puntando a valutare l'efficacia dei singoli strumenti o delle specifiche metodologie di lavoro adottate, per   poi sollecitare una riflessione su

ü      principi e valori di riferimento

ü      spinte valoriali emergenti e contrastanti

ü      conseguenti vincoli di riforme istituzionali e costituzionali 

ü      obiettivi di rinnovamento adottabili

ü      individuazione di piste di lavoro

 

In sostanza, senza farla troppo lunga, io mi sarei aspettato una bella mappa con dati, informazioni e diagrammi di flusso.  Mi sarei aspettato di vedere come viene visto il sistema di servizi (quale?)  alla famiglia (quale?) e al cittadino - prima di tutto.

MI sarei aspettato di vedere il quadro delle politiche  in rapporto al sistema scolastico, di questo in rapporto a quello sanitario riabilitativo e socio assistenziale e dell'occupazione  e di  tutto questo in rapporto al sistema di trasferimenti economici.

 

Ma più che delle politiche a noi forse interessa il quadro dei servizi, quelli veri, quelli che raggiungono le persone. La foto di chi nel territorio    "prende in carico" -  di chi dimentica di farlo - e di chi può diventare partner  o soggetto  di riferimento per competenza istituzionale, per responsabilità politica, per spirito partecipativo o altro...

 

Sarebbe stato interessante – ed ancora lo è -  vedere lo stato  delle cose costruite o lasciate in sospeso, in attuazione delle diverse leggi (trasversali e settoriali) o  programmi di lavoro  istituzionali e territoriali (legge 328 e adempimenti in lista di attesa, 285 per i minori, 104, salute mentale, IPAB). Una foto dello stato di recepimento delle regioni di leggi nazionali o di rielaborazione dei problemi in questione.

 

La nostra attenzione dovrebbe essere verso una vera e propria agenda dei compiti che ci trasciniamo appresso e che aspettano di essere fatti.

 

Comunque, penso che toccherà agli operatori dei servizi, ai responsabili delle istituzioni, alle organizzazioni di volontariato e alle associazioni di rappresentanza, al sindacato far sentire la loro voce, non tanto per rappresentare i loro interessi, quanto per garantire una continuità con il lavoro fatto e per andare avanti nell'agenda che ciascuno di noi ha in mente.

 

Lasciamo pure che il Governo,  la Sestini, Maroni, Sirchia  annuncino cose di cui non conoscono ben bene i  contorni. Tanto a loro basta mettere la loro impronta odorifera, marcare il territorio e sottrarlo a coloro che ci erano passati prima.

 

Lasciamogli  pure credere che ci stanno rivelando qualcosa di altamente innovativo.

Mostriamoci pure sorpresi rispetto alle loro proposte di progetti per la non autosufficienza o di reddito di ultima istanza, mostriamoci pure contenti rispetto alle proposte per gli alloggi per le nuove famiglie e di asili nido per i bambini che altrimenti non nascerebbero.

 

Tanto, a me sembra, solo gli sciocchi smettono di guardare un ape che vola per inseguire una foglia che cade e poi smettono di guardare la foglia che cade per inseguire una formica che  trascina un seme  di inutile esistenza.

 

C'è da lavorare, c'è da costruire e forse lo faremo pure con questi signori. Anche se loro non sanno dove stiamo. Anche se non immaginano dov'è che dobbiamo arrivare.

Anche noi sappiamo ben poco. Però, forse, io e te  ricordiamo gli ultimi cento metri del cammino e forse tu, Tillo e gli altri amici riuscite a intuire quali sono i prossimi cento metri che dobbiamo fare.

 

Ciao,   Flavio

 

p.s. : i temi dibattuti da coloro che sono intervenuti sono

-         segretariato sociale – ignorato, mentre dovrebbe entrare tra i LEAS

-         asili nido – realizzabili quelli aziendali,  in un Paese dove le aziende sono molto piccole?

-         concertazione sociale e metodo aperto e nuova esclusione del sindacato dagli organismi consultivi .

-         concetto di famiglia

-         e rischio di considerare la famiglia quale vero e proprio “ammortizzatore sociale”

-         coerenza della riforma fiscale in corso con politiche di sostegno del “sociale”

-         coerenza della logica della flessibilità con la sicurezza dei giovani nel loro futuro

-         i LEAS e le titolarità di decisione e di controllo

-         fattibilità di un percorso di formazione per le donne al rientro al lavoro dopo il  parto

-         la non autosufficienza, la soluzione in proprio, le badanti e le politiche di sostegno (o di contrasto) dell’immigrazione.

 

 Erano presenti rappresentanti di CGIL CISL UIL UGL,  Confindustria, patronati sindacali ed associazioni dei sindacati dei pensionati, associazioni dei disabili e di familiari (tra cui il presidente dell’ANMIC)  e tra le altre rappresentanze dell’ANCI  e dell’ISTAT.

 

Flavio Cocanari

Lido di Ostia, domenica 9 marzo 2003

 



[1]  Ma perché non si procede non tanto ad un’indagine quanto ad una revisione di tutte le convenzioni, gli accreditamenti, le autorizzazioni che riguardano strutture di accoglienza, riverificandone gli standard qualitativi, cancellando dalla carta geografica quelle che non sono degne di accogliere persone deboli, fragili ed incapaci di difendersi.


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