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CAMBIARE ROTTA, ALTRIMENTI…SILENZIO!

Ormai sorrido quando leggo Indicazioni, pronunciamenti, enunciazioni altisonanti, “professioni di fede”, ecc… sulla scuola tra una legislatura e l’altra…

E’ un sorriso bonario e rassegnato…l’indignazione ha lasciato il posto a una malinconica presa d’atto che la scuola non cambierà nel suo cuore (apprendimento/insegnamento).

Anche la valutazione sul corpo docente e sulle scuole autonome sarà sicuramente qualcosa che verrà progressivamente attivata, ma ciò non toglie il fatto che la sostanza non cambierà.

Anche le “Nuove Indicazioni” dell’attuale ministero Fioroni, se pure non prive di fondamenta pedagogiche, sono lì che si fanno leggere, studiare, rigirare nelle mani, vista la maneggevolezza dell’opuscoletto (meno male!), ma non sposteranno di una virgola il pregresso…

Comprendo, pure se a fatica, come si possa pensare che se non si stendessero “programmi”nazionali, il rischio sarebbe quello dello sbandamento culturale nazionale, tuttavia mi permetto di osservare che non un “Programma Nazionale” è servito a mutare lo scenario della dispersione. Anzi!

Sono anni e anni che numerosi insegnanti scrivono che i problemi, per “risorgere”, vanno affrontati con un occhio di tutto riguardo alla modalità dello stare a scuola apprendendo, insegnando, valutando, ma ciò non è servito a demolire la consuetudine che ogni governo ha avuto di voler cambiare tutto per non modificare quasi nulla. Anzi, a volte, ottenendo l’effetto diametralmente opposto a quello che  si era prefigurato.

Le Indicazioni non dovrebbero mai neppure accennare a un “partite da questo e arrivate fin lì”,  perché rivelerebbero una percezione  miope che non vedrebbe il nocciolo della questione, e cioè “che si può insegnare qualsiasi cosa, in qualsiasi momento, senza la ben che minima gradualità voluta dai programmi ministeriali, purché a scuola ogni alunno o alunna possa apprendere autonomamente dentro le aule e senza l’assillo dei giudizi e dei punteggi”.

Il mio pallino è che si giunga un giorno alla trasformazione totale del concetto di valutazione: sia di quella quotidiana sia di quella dei giudizi finali sulle “PAGELLE”. E’ il mio chiodo fisso, perché credo fermamente che essa sia ora e sia stata nel passato profondamente sbagliata e cretina: i più, i meno, il mezzo punto, la nota a margine, ecc…fanno perdere un tempo prezioso alle intelligenze di insegnanti e alunni, divorano il tempo e lo spirito della relazione, del clima positivo che invece si instaura in un  laboratorio costante di menti, libri, cuori, sentimento, ragione al servizio della “scoperta” per la scoperta, dello studio per lo studio se pur finalizzato anche al conseguimento di competenze per il mondo del lavoro.

C’è sì un tempo per il lavoro, per il rendimento, per la differenziazione economica, tuttavia il tempo della scuola è altro da ciò…E’ un tempo che dovrebbe essere massimamente impegnato a costruire sapere e saperi senza la consuetudine all’esercizio ripetitivo, ai compiti a casa esorbitanti, alla produzione di carta e carta, quaderni e quaderni, schede e fotocopie di verifiche preconfezionate su traguardi minimali…E’ il tempo e lo spazio della riflessione sui se e sui ma, sull’incerto, sull’”errore” fonte di conoscenza, è il tempo della ricerca spurgata dalla competizione negativa finalizzata alla differenziazione dei voti, dei giudizi schematici, dei voticchi sufficienti racimolati nei consigli di classe. Il tempo del qui e dell’adesso “vissuto” in empatia per creare vere pari opportunità ai cervelli di tutti che si aprono allo stupore della conoscenza. E quando dico tutti dico tutti, comprendendo gli alunni disabili. C’è bisogno di tale precisazione, in quanto non si dovrebbe dare per scontato che ciò già avvenga nelle nostre aule, nelle “valutazioni-votazioni” che fin dalla prima classe portano alla solitudine esistenziale del proprio banchino o della propria sedia a rotelle superaccessoriata ma infinitamente triste fra i banchini, sola fra soli.

Ci si dovrà pur chiedere se sia giusto o sbagliato apporre quei “BRAVISSIMO” in fondo a un elaborato. Chiediamocelo almeno…chiediamoci per una volta se la prassi che esclude la riflessione costante e condivisa sui punti di forza e di debolezza di una qualsiasi produzione a favore di giudizi entusiastici gratificatori momentanei non porti all’ansia da prestazione del bambino davanti alla “meraviglia” di quel “Bravissimo” che la volta successiva potrebbe tramutarsi in “benino” e che oltretutto verrà “invidiato” da alunni “meno fortunati” nel giudizio, o del ragazzo davanti a un otto che ben poco rivela del merito di un lavoro pensato, a favore dello stimolare confronti, fra solo e solo, basati sui punti di differenza!

Ci si dovrà pur chiedere se abbia un senso “tenere” in silenzio intere classi riducendo la disciplina di insegnamento a una sterile verifica su schede e fotocopie a sfavore della pedagogia conversazionale e laboratoriale.

La scuola deve cambiare, ma non a suon di programmi, bensì a suon di ricerca su qualsiasi argomento, idea, concetto che emerge nei “laboratori”. Così ad esempio sarà assurdo non affrontare “il cerchio” in quinta elementare, se esso dovesse essere utile al superamento di una difficoltà incontrata in situazione di apprendimento; sarà assurdo in prima, seconda elementare rimandare la riflessione sulla struttura della frase se essa dovesse essere funzionale a risolvere un inghippo linguistico o una comunicazione difficile con un bambino straniero; sarà assurdo non proporre brani di un libro di narrativa per adulti se essi potessero in qualche modo avvicinare i bambini a far luce su rapporti complessi fra di loro…Insomma che senso ha stabilire paletti, anche se a cicli, nelle Indicazioni nazionali? Che senso ha tenere la scuola primaria lontana dalla storia moderna e contemporanea quando spesso i segni del territorio e dei media riconducono ad esse?

Ma soprattutto che senso ha spendere denaro per esperti e commissioni ministeriali, per organizzare convegni, eventi, per pubblicazioni cartacee…quando le scuole del Paese cadono a pezzi? Quando non ci sono fondi sufficienti al normale svolgimento delle attività? Quando insegnanti e segreterie non hanno carta e cartoncini neppure per gli avvisi? Quando le classi scoppiano numericamente in alcune zone e in altre no? Quando il sostegno agli alunni disabili è ridotto ai casi estremi? Quando stanno moltiplicandosi gli inserimenti di alunni stranieri per i quali occorrerebbero risorse continuative e costanti nel tempo invece di interventi centellinati di mediatori difficilmente reperibili? Che senso ha scrivere programmi ministeriali che non tengono conto minimamente della carenza di fondi per le biblioteche scolastiche; anzi, pretendono di stimolare alla lettura? Che senso ha parlare di “fare” scienze, matematica, geografia…quando non esistono fondi per praticarle in concreto? Quando alunne e alunni per girare sul territorio devono pagarsi autobus, ingressi ai musei, ogni servizio utile alla scoperta delle proprie radici, cultura e tradizioni? Che senso ha continuare a spendere in direzione del “pensatoio pedagogico- filosofico- disciplinare”, ma non in quella delle risorse per far funzionare la vita reale di insegnamento-apprendimento in situazioni concrete?

La scuola deve costare. Un Paese civile lo deve esigere,  pretendere, ci deve credere e  sperare che alle parole seguano i fatti di una efficace integrazione nel sapere per il sapere di un popolo che cresce e si apre ad altri popoli, si apre all’handicap, alla eliminazione di qualsiasi barriera per la onesta applicazione concreta dei principi costituzionali.

Utopia? Forse lo è. Ma così dovrebbe essere al di là delle parole. Altrimenti…SILENZIO!

28 settembre 2007

Claudia Fanti


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