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Reg. Tribunale Lecce n. 662 del 01.07.1997
Direttore responsabile: Dario Cillo


 

 

 Giovanni e Paolo, 57 giorni....

 

23 maggio , 19 luglio 1992

“Isolato nella sua città"

dal libroStoria di Giovanni Falcone", di F. La Licata, Rizzoli, Milano 1993.

Faceva paura, in quegli anni, la macchina da guerra che si muoveva attorno a Falcone. Quattro auto di scorta, gli agenti coi giubbetti antiproiettili e le mitragliette, le sirene e i lampeggiatori, le «sgommate» sulle corsie preferenziali. E l'elicottero, assordante, quasi poggiato sui tetti dei palazzi di via Notarbartolo, avanscoperta, di un piccolo esercito agguerrito. Falcone in ascensore con i tre agenti, mentre altri due salivano a piedi e lo precedevano al piano. Se, si andava a trovarlo ci si doveva sottoporre a controlli accuratissimi. I palermitani guardavano attoniti alla nascita di quel «fenomeno». La città malignava, le invidie prendevano corpo, i commenti acidi cominciavano ad essere lo sport preferito dei garantisti dell'ultima ora. No, non era amore quello di Palermo per Falcone. Al punto che, quasi vergognandosi per «tanto fastidio arrecato alla comunità», il giudice non poté fare a meno di ridimensionare ulteriormente i suoi spazi di libertà.

Ne risentì ancora di più la sua privacy: la notte si decise, a far montare la guardia dietro alla porta di casa, una sorveglianza che ormai abbracciava l'intera durata delle ventiquattro ore. E lui rinunciò al mare. Addio irruzioni a sorpresa allo stabilimento La Torre, a Mondello, l'unico posto che, dal punto divista della sicurezza, garantiva qualche spiraglio di tranquillità. Il nuoto era rimasta praticamente l'unica «trasgressione» alle regole della vita blindata. Scelse di ripiegare sulla piscina comunale, con difficoltà perché doveva aver cura di andare in ore non di punta. E allora si presentava praticamente all'alba o a sera tardissima. E sem­pre in momenti diversi. Smise anche di andare al cinema. Decisione obbligata, visto che ogni volta dovevano «liberare» quattro file di poltrone per fargli attorno una specie di cordone sanitario. Apprezzò l'utilità dell'invenzione di videoregistratori e «cassette». Non parliamo, poi, dei ristoranti. Ci fu un periodo che la gente si alzava e cambiava tavolo.

http://www.fondazionefalcone.it/falconestoria80.htm

 

 

Il 23 maggio 1992,Giovanni Falcone, direttore degli affari penali del ministero di Grazia e Giustizia e candidato alla carica di Superprocuratore Antimafia, è appena atterrato all'aeroporto di Punta Raisi con la moglie Francesca Morvillo, magistrato.

Alle ore 17:58,sull'autostrada Trapani-Palermo, nei pressi di Capaci, una tremenda deflagrazione li uccide,insieme agli uomini della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco di Cillo. 

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ore 17.56'48"

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Circa 500 kg di esplosivo sistemato dentro un canale di scolo che attraversa l'asfalto esplodono sull'autostrada A29 Trapani-Palermo, sulla corsia tra Punta Raisi e lo svincolo per Capaci. In quel momento, al km. 5, stanno transitando le Croma di scorta al giudice Giovanni Falcone, e, sulla carreggiata opposta, una Fiat Uno e una Opel Corsa. Nella violenta deflagrazione, la prima 'blindata' - con a bordo Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo - viene scaraventata oltre la carreggiata opposta di marcia, su un pianoro di alberi. La seconda Croma del corteo, guidata da Falcone, si infrange contro il muro di detriti - asfalto, terra e pietre - creato da una profonda voragine. La Croma che chiude la scorta - con a bordo Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo - sia pure seriamente danneggiata, resiste alle conseguenze dello scoppio.
Diradatasi la polvere, i primi soccorritori - automobilisti in transito e abitanti di alcune villette circostanti - si rendono conto che l'esplosione ha sventrato un centinaio di metri di autostrada. Al 113 e 112 giungono le prime segnalazioni dello scoppio, anche se non è ancora chiaro cosa sia realmente accaduto: forse l'esplosione di una palazzina o un incidente al vicino impianto delle Cementerie Siciliane. Con l'arrivo delle prime 'volanti' e 'gazzelle' tutto diventa chiaro.
Nelle comunicazioni radio, Falcone è indicato con l'iniziale 'Foxtrot', con la sigla 'Monza 500' o con la qualifica di 'nota personalità'.

da
http://www.ricordarecapaci.it/voci.html

 

57 giorni

I giorni di Giuda
da
 

Con questo commosso e polemico discorso pronunciato a Palermo il 25 giugno 1992 nel corso di una manifestazione promossa da Micromega Borsellino denunciò con forza e senza nessun ricorso alla diplomazia la costante opposizione al lavoro e al metodo di Giovanni Falcone di parti consistenti delle istituzioni, che hanno agito per isolare il fondatore del pool antimafia e per rendere impossibile il suo impegno: in questo senso, “Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988” quando il CSM gli preferì Antonino Meli per la carica di procuratore capo di Palermo.
Quest'intervento è stato pubblicato nel marzo 1993 sulla rivista Micromega.

 

Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro.
In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all'autorità giudiziaria, che è l'unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell'evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell'immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.
Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente - e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi - dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone.
Per prima cosa ne parlerò all'autorità giudiziaria, poi - se è il caso - ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l'argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul "Sole 24 Ore" dalla giornalista - in questo momento non mi ricordo come si chiama... - Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.
Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione - in questo momento i miei ricordi non sono precisi - un'affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell'evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all'autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte.
Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest'uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l'anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell'articolo di Leonardo Sciascia sul "Corriere della Sera" che bollava me come un professionista dell'antimafia, l'amico Orlando come professionista della politica, dell'antimafia nella politica. Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C'eravamo tutti resi conto che c'era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest'uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all'ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.
Giovanni Falcone, dimostrando l'altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall'esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse.
Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d'Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlando, allora presente, dicendo che quella sera l'aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l'opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio.
L'opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell'agosto 1988, l'opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant'è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l'intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a fare morire Giovanni Falcone. E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter più continuare ad operare al meglio.
Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Dopo aver appreso dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un po' più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l'ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, cominciò ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa.
Certo anch'io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell'attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch'esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall'ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo.
Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch'io ho espresso nell'immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l'organizzazione mafiosa - non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque - e l'organizzazione mafiosa, quando ha preparato ed attuato l'attentato del 23 maggio, l'ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia.
Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento all'esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l'indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura.

 

 

 

 

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L’ultima intervista televisiva Paolo Borsellino la concesse a Lamberto Sposini, per il tg5, venti giorni prima di morire nella strage di via D’Amelio (19/7/1992) insieme con i cinque poliziotti della sua scorta. "Terra", settimanale di approfondimento del tg5, la ha riproposta il 24 marzo 2001. Ne ho trascritto le due risposte finali, particolarmente significative.

Dopo la morte di Falcone come è cambiata la vita di Borsellino?

(lungo sospiro) La mia vita è cambiata innanzitutto perché....dalla morte....di questo mio vecchio amico e compagno di lavoro è chiaro che io sono rimasto particolarmente scosso e sono ancora impegnato, ad un mese di distanza, a recuperare e...., vorrei dire, tutte le mie possibilità operative sulle quali il dolore ha inciso in modo enorme.

E' cambiata anche perché sia per la morte di Falcone, sia per taluni altri fatti, mi riferisco alle dichiarazioni ormai pubbliche di quel collaboratore che ha parlato e ha detto di essere stato incaricato di uccidermi e la notizia è arrivata alla stampa in concomitanza con la notizia della strage di Capaci.

Le mie condizioni...., sono state estremamente appesantite le misure di protezione nei miei confronti e nei confronti dei miei familiari. E' chiaro che in questo momento io ho visto comple...., quasi del tutto, anzi, vorrei dire del tutto, pressoché abolita la mia vita privata.

Ho temuto nell'immediatezza della morte di Falcone una drastica perdita di entusiasmo nel lavoro che faccio. Fortunatamente, se non dico di averlo ritrovato, ho almeno ritrovato la rabbia per continuarlo a fare.

Posso chiederle se lei si sente un sopravvissuto?

 

Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninnì Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985, credo.

Mi disse: "Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano".

La.... l'espressione di Ninnì Cassarà io potrei anche ripeterla ora, ma vorrei poterla ripetere in un modo più ottimistico.

Io accetto la....ho sempre accettato il....più che il rischio, la....condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall'inizio che dovevo correre questi pericoli.

Il....la sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in, come viene ritenuto, in....in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me.

E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare e....dalla sensazione che o financo, vorrei dire, dalla certezza che tutto questo può costarci caro.

 

http://digilander.libero.it/inmemoria/borsellino_ultima_intervista.htm

 

 

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A Paolo Borsellino rimasero altri 57 giorni di vita.

E li visse tutti come se ognuno dovesse essere l'ultimo.
Anche lui, come Giovanni Falcone, aveva intuito quale passaggio epocale fosse stato segnato dall'omicidio di Salvo Lima, avvenuto il 12 marzo di quell'anno: un sistema di equilibri di potere, durato decenni, si era infranto.

"Dal 23 maggio in poi ci sono una serie di evidenti segnali", raccontail magistrato Antonio Ingroia al primo processo per la strage di via d'Amelio: "Paolo Borsellino cominciò ad essere perfettamente consapevole della particolare sovraesposizione in cui si trovava. E ripeteva: Giovanni Falcone era il mio scudo, dietro il quale potevo proteggermi. Morto lui, mi sento esposto e adesso sono io che devo fare da scudo nei vostri confronti".

I 57 giorni cominciarono a scorrere inesorabili. Nei tre processi che si sono celebrati, i pubblici ministeri Nino Di Matteo, Anna Maria Palma e Carmelo Petralia, li ripercorrono tutti. Borsellino aveva un "chiodo fisso", così lo chiamava. Scoprire gli autori dell'eccidio di Capaci. "Quando avrò le idee più chiare sul contesto e la pista giusta - confidò ad Ingroia - consacrerò le mie dichiarazioni alla Procura di Caltanissetta: non voglio legarmi le mani oggi, con una verbalizzazione, quando ancora devo verificare una serie di cose che potrebbero essere importanti per lo sviluppo delle indagini".

Iniziò a rileggere alcuni appunti dell'amico Giovanni, alla ricerca di episodi, paure e presentimenti che potessero aprire uno spiraglio di verità. Sfogliò quelle pagine per giorni. "Era assolutamente convinto di trovarsi di fronte a una strage di Cosa nostra - spiega Ingroia ai giudici della Corte d'assise - ma il punto era cercare episodi, particolari filoni investigativi che potessero aver costituito una causa determinante o scatenante del fatto stragista. Ricordo che diceva: Giovanni non aveva l'abitudine di tenere un diario. Se però ha deciso di appuntare frasi e riferimenti ad alcuni episodi, vuol dire che dietro questi fatti c'è molto di più di quanto non appaia".

Ma in quella ricerca, sembrava solo. Paolo Borsellino stava già ripercorrendo la stessa amara sorte di Giovanni Falcone. I primi ostacoli li incontrò proprio al palazzo di giustizia.
Ebbe comunque il tempo di riprendere alcune delle intuizioni di Giovanni Falcone, curò l'inizio della collaborazione di due pentiti, Leonardo Messina e Gaspare Mutolo. Comprese che dietro la spartizione degli appalti si nascondevano i nuovi segreti dei rapporti fra mafia e politica.

http://www.falconeborsellino.net/docs/indagini.htm

 

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 19 luglio 1992

Domenica 19 luglio 1992. Una domenica d’estate a Palermo. Dopo aver pranzato a casa di amici, Paolo Borsellino - 51 anni, da 28 anni in magistratura, procuratore aggiunto nel capoluogo siciliano dopo aver diretto la procura di Marsala, già componente del primo pool antimafia dell’ufficio istruzione – si reca a trovare l’anziana madre che abita in via D’Amelio, in una zona a ridosso del centro della città.
Non fa in tempo a scendere dalla sua auto blindata, assieme ai quattro uomini e alla donna della sua scorta, che una violenta esplosione investe l’intero gruppo. E’ la strage. Oltre al magistrato l’autobomba uccide Emanuela Loi, 24 anni, la prima donna poliziotto entrata a far parte di una squadra di agenti addetta alle scorte; Agostino Catalano, 42 anni; Vincenzo Li Muli, 22 anni; Walter Eddie Cusina, 31 anni e Claudio Traina, 27 anni. Unico superstite l’agente Antonino Vullo.
La strage di via D’Amelio avviene esattamente 57 giorni dopo la strage di Capaci in cui avevano perso la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo e tre uomini della sua scorta, gli agenti Antonio Montinaro; Vito Schifani e Rocco Di Cillo.

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PAOLO BORSELLINO

di Luciano Costantini Sost. Proc. Rep. Pistoia

stralcio

Molte persone, non appena vengono a sapere dell'esperienza di lavoro che ho vissuto con Paolo, mi chiedono un giudizio personale su di lui. lo rispondo sempre: "Paolo era un uomo buono" e tale affermazione mi pare che deluda i miei interlocutori, i quali mi sembra che la intendano come riduttiva della figura di questo straordinario magistrato. lo, invece, ancora oggi ritengo che nessun'altra definizione meglio si attagli a ciò che Paolo è stato. Con questo non voglio sottacere le straordinarie doti professionali di Paolo, magistrato insigne, dotato di grande carisma, in grado di individuare subito il punto fondamentale di ogni questione che gli si poneva di fronte e capace di risolverla sempre nel modo più equo e conforme a giustizia. ...

http://www.giustiziacarita.it/archmag/notiz/paolo_borsellino.htm

 

NAVIGAZIONE

http://www.fondazionefalcone.it/index.html

http://www.retedigreen.com/index-37.html

http://www.infantiae.org/falconeuomohp.htm

http://digilander.libero.it/inmemoria/borsellino_biografia.htm

http://193.70.8.44/borsellino.htm

http://www.ilnuovo.it/nuovo/foglia/0,1007,143760,00.html

http://www.osservatoriomonopoli.it/Prospettiva/Prospettiva_040802_ricordare_paolo_borsellino_e_la.htm

http://www.giustiziacarita.it/professioni/loi.htm

http://www.retedigreen.com/index-37.html

http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/falcone.html

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Le voci e le immagini
dal cratere di Capaci

 

http://www.repubblica.it/online/politica/falconeuno/audiovideo/audiovideo.html
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http://www.bibliomilanoest.it/Link/giovanni_falcone_e_paolo_borsell.htm.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in Internet
 ·        Societacivile.it

http://www.societacivile.it/

 Giovanni Falcone. Dieci anni dopo, le domande ancora aperte

Le stragi del 1992 e 93 hanno mandanti esterni a Cosa nostra. Chi sono? Dopo dieci anni di indagini, ecco le risposte che sono state trovate e le domande rimaste invece ancora aperte. Domande inquietanti.

 ·        La Repubblica.it

www.repubblica.it/online/politica/falconeuno/audiovideo/audiovideo.html

 Le voci e le immagini del cratere di Capaci

Le comunicazioni tra gli uomini che intervennero subito dopo l'esplosione. Le richieste di notizie sulla "nota personalità".

 ·        RicordareCapaci di Ernesto Oliva

http://www.ricordarecapaci.it/

 Ci sono eventi nella cronaca giornalistica che diventano storia

Il primo filmato realizzato da una troupe giornalistica sul luogo dell'attentato, quella dell'emittente palermitana TRM.

 ·        L’Italia Democratica leggere, dire, fare… in movimento

http://www.italiademocratica.it/

 Palermo. Più di duemila all'albero Falcone. L'appello di Grasso: "Tifate per noi, ne abbiamo bisogno" di Antonella Romano

Quando diceva: «Mi stanno seviziando...» di Nando dalla Chiesa

 ·        Osservatorio Europeo sulla legalità e la questione morale

www.osservatoriosullalegalita.org/bollettino.htm

 Anniversario della strage di Capaci: commemorazioni e polemiche.

Gli avvenimenti. Il comunicato di Libera Palermo. Un ricordi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

 ·        http://www.falconeborsellino.net/

http://www.falconeborsellino.net/

 Sito della pubblicazione Falcone Borsellino Mistero di Stato di Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo.

 ·        Antimafia Duemila

http://www.antimafiaduemila.com/

 Sito della rivista fondata da Giorgio Bongiovanni.

Informazioni su Cosa Nostra e organizzazioni criminali connesse.

 ·        Fondazione Giovanni e Francesca Falcone

http://www.fondazionefalcone.it/

 Sito ufficiale della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone costituita a Palermo il 10 dicembre 1992 per volontà dei familiari delle vittime della strage di Capaci  


http://www.ilnuovo.it/nuovo/foglia/0,1007,134000,00.html

 

 

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A cura di

nadia scardeoni 

 

per Educazione alla legalità

di Interlinea 


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